Cosa resta della mafia agrigentina: analisi e proiezioni dopo la carcerazione dei grandi capi

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Cosa resta della mafia agrigentina: analisi e proiezioni dopo la carcerazione dei grandi capi

di Redazione
Pubblicato il Dic 12, 2018
Cosa resta della mafia agrigentina: analisi e proiezioni dopo la carcerazione dei grandi capi

Cosa rimane della vecchia mafia, ruggente e potente, della provincia Agrigentina?

Dopo le recenti condanne del processo “Vultur” con pene severissime per i due vecchi boss di Camastra, Saro Meli e, soprattutto, Calogero Lillo Di Caro di Canicattì (ai domiciliari per motivi di salute) e dopo l’arresto di Leo Sutera, l’ennesimo, che potrebbe averne fermato il raggio d’azione, occorre fare una seria riflessione su quanto è accaduto e sta accadendo nella micidiale provincia di Agrigento.

Ricapitolando, aiutandoci con le sentenze recentissime, sono detenuti: Leo Sutera, Lillo Di Caro, Rosario Meli, Pietro Campo, Antonino Iacono “Ninu u giardinisi”, di Giardina Gallotti, Francesco Messina di Porto Empedocle (della nota famiglia mafiosa e zio di Gerlandino, l’ultimo latitante eccellente) tutti condannati nel processo Icaro; lo stesso Gerlandino Messina catturato nell’ottobre 2010 preceduto di tre mesi dal boss campobellese Giuseppe Falsone. 

Di Maurizio Di Gati e Luigi Putrone sappiamo tutto e sono già pentiti da anni. Così come il favarese Giuseppe Quaranta che, tuttavia, non ha raggiunto i livelli decisionali dei primi due.

Arrestati anche Giuseppe Genova, inteso Salvatore, di Burgio (vicinissimo a Sutera) e soprattutto Rosario Cascio, mammasantissima belicino di cui si hanno notizie mafiose sin dal periodo dell’omicidio del colonnello Giuseppe Russo, i castelterminesi Raffaele Faldetta e Vincenzo Di Piazza, una mezza dozzina di Marrella a Montallegro, qualche Ribisi a Palma di Montechiaro nonché il saccense Totò Di Gangi e morti tre pezzi da 90 come Ciro Tornatore e Giovanni Pollari (Cianciana), nonché Calogero “Lillo” Lombardozzi, “u ziu Lillu che ha attraversato da protagonista sette lustri di vita mafiosa (dal blitz “Santa Barbara nel 1984 sino allo scorso anno) mantenendo un ruolo di assoluto rilievo. 

Una menzione merita Salvatore “Totò” Fragapane, seppellito in carcere da decenni, i cui eredi, non solo di sangue, hanno determinato le dinamiche mafiose agrigentine del secondo millennio.

Diciamolo francamente: di pezzi da 90 noti alle cronache ed ai rapporti giudiziari non è rimasto alcuno.

Ed in questi anni appena passati sono stati proprio i noti a tentare di ricostruire, dalle macerie provocate da un’incalzante azione delle forze di polizia e della magistratura, le famiglie mafiose agrigentine con Leo Sutera che aveva progettato la creazione dell’ottavo mandamento; con Pietro Campo che avrebbe dovuto essere a capo di un super-mandamento insieme a famiglie palermitane e con esclusione del gruppo corleonese; con Francesco Fragapane che ha vissuto da capo il tempo di un sospiro dato che l’operazione “Montagna” lo ha spazzato via insieme ai suoi sodali.

Torniamo al quesito di partenza: cosa rimane della mafia agrigentina?

A nostro parere dall’operazione “Montagna” ad oggi le cosche agrigentine hanno cercato e stanno cercando di darsi un nuovo assetto con impostazioni più rigorose a prova di pentimento ed intercettazione.

Impossibile pensare ad una leadership provinciale senza il contributo canicattinese – la mafia “nobile” da cento anni a questa parte – l’imprevedibilità e l’attivismo delle famiglie favaresi benchè travagliate dalla guerra intestina portata avanti da gruppi para-mafiosi che ha radici anche in Belgio e la “saggezza” tornata utile sempre nei difficili momenti vissuti negli ultimi anni, di personaggi avanti con l’età di Palma di Montechiaro.

Occorre capire, inoltre, e gli investigatori sono già certamente un passo avanti, chi comanda ad Agrigento ereditando la diplomazia e il potere di Lombardozzi, cosa è rimasto a Porto Empedocle, Santa Elisabetta e Campobello di Licata, dopo le catture di Falsone, Fragapane e Messina e cosa bolle in pentola sul versante belicino e saccense con l’uscita di scena, almeno per ora, di Leo Sutera e con la sempre più ingombrante presenza del fantasma di Matteo Messina Denaro.

Il versante della “Montagna” sembra battere il passo, scompaginato dalla recente retata, ma non sarà così per molto.

E poi c’è l’enigma Licata dove di tradizione mafiose ce n’è a iosa e che sta attraversando un momento particolarmente felice sul piano economico-finanziario, crocevia di interessi molto allettanti e di gran pregio che non possono rimanere senza controllo criminale.


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