Il massacro nel centro storico di Naro: fissato processo di appello per Omar Nedelcov
Il ventisettenne - condannato in primo grado all’ergastolo per il duplice femminicidio di Naro - ha agito con violenza, ferocia e malvagità non limitandosi ad uccidere ma compiendo un massacro con incontenibile crudeltà
Si aprirà il prossimo 9 aprile – davanti la seconda sezione della Corte di assise di appello di Palermo – il processo a carico di Omar Edgar Nedelcov, il ventisettenne ritenuto l’autore del duplice femminicidio di Maria Rus e Delia Zerniscu, brutalmente uccise il 5 gennaio 2024 nel centro storico di Naro. Nedelcov (difeso dall’avvocato Diego Giarratana) in primo grado è stato condannato all’ergastolo con isolamento diurno per tre anni nonché al risarcimento dei familiari (rappresentati dagli avvocati Calogero Meli, Giovanni Salvaggio, Amanta Carlino, Daniel Balteanu, Felicia D’Amico, Graziella Miccichè e Filomena La Vecchia) delle vittime per importi pari a quasi centomila euro. Il movente, così come accertato nel processo di primo grado, è riconducibile al rifiuto di una delle due vittime alle avance sessuali del ragazzo. Subito dopo il ventiseienne ha scatenato la sua furia omicida. Un vero e proprio racconto dell’orrore, un delitto che ha sconvolto non soltanto la piccola cittadina ma l’intera provincia di Agrigento.
I fatti sono noti. Nella notte tra il 4 ed il 5 gennaio 2024 Maria Rus e Delia Zarnescu vengono brutalmente uccise. Il cadavere della prima è stato rinvenuto quasi completamente carbonizzato nel soggiorno della sua abitazione in vicolo Avenia. La seconda vittima, invece, è stata ritrovata poco più avanti in un lago di sangue nel suo appartamento in via Vinci. Evidenti i segni di colluttazione così come chiare le ferite da arma da taglio. L’imputato era stato, in compagnia di un amico, a casa di Delia poco prima. Poi le avance, il rifiuto e la furia omicida. Come scritto nella sentenza di primo grado, Nedelcov non si è limitato ad uccidere ma ha compiuto un vero e proprio massacro accanendosi finanche sui cadaveri delle vittime, uno dei quali dato alle fiamme. Fin dall’inizio tutti gli elementi portano a lui: effettua una chiamata alle forze dell’ordine con il cellulare di una delle vittime, le telecamere di alcuni residenti della zona lo immortalano sui luoghi del delitto, la testimonianza dell’amico con cui era stato poco prima e con il quale ha avuto una colluttazione. A blindare il caso ulteriori e incontrovertibili elementi di prova: gli accertamenti tecnici di natura dattiloscopica e biomolecolare, gli indumenti sequestrati, l’aver costretto l’ex fidanzata a costruire un falso alibi e anche le dichiarazioni sostanzialmente confessorie avvenute sia durante le indagini che nel corso del processo.
Processualmente un caso “facile”, blindato da plurimi elementi a carico dell’imputato e da un impianto accusatorio solido e granitico. I giudici di primo grado, però, sono andati oltre l’evidente e inequivocabile ricostruzione dei fatti descrivendo l’imputato come un soggetto feroce e malvagio e riconoscendo anche l’aggravante della crudeltà che gli è costato il carcere a vita per “il contegno inumano serbato dal Nedelcov nei confronti di due donne e il contesto in cui ha agito.” “Le gravissime e scioccanti condizioni in cui sono stati trovati i corpi delle due donne appaiono indicative della inaudita violenza, della ferocia e della malvagità con cui ha agito l’imputato che evidentemente non si è limitato ad uccidere ma ha compiuto un vero e proprio massacro mostrando incontenibile crudeltà.”
Inaudita ferocia e gratuita malvagità e nella piena capacità di intendere e volere. Questo il responso della perizia psichiatrica effettuata sull’assassino che ha esclusivamente rilevato modi “costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi che caratterizzano l’esistenza dell’individuo – in particolare “atteggiamenti intolleranti, scarsa tolleranza alle frustrazioni, instabilità emotiva, tendenza a reagire a eventi stressanti, i precedenti giudiziari e le condotte di abuso di sostanze stupefacenti e alcoliche” – che tuttavia non configuravano una vera e propria patologia psichiatrica strutturata e quindi non incidevano sulla sua capacità di intendere e volere”.





