La mafia di Borgetto, condanne confermate in appello
I quattro erano coinvolti nell'inchiesta dei carabinieri denominata Kelevra, su una serie di estorsioni: di una di queste era stato vittima anche l'allevatore Vito La Puma, assassinato ieri mattina
La terza sezione della Corte d’appello di Palermo ha assolto, in un processo di rinvio dalla Cassazione, Francesco Giambrone e Antonio Salto dall’accusa di associazione mafiosa, cancellando le condanne in precedenza a loro inflitte, che erano state rispettivamente a 12 e 9 anni: ad assisterli sono gli avvocati Paola Polizzi e Raffaele Bonsignore. Salto era latitante negli Stati Uniti sin dal giorno del blitz antimafia, scattato nel 2016: per effetto dell’assoluzione adesso cessera’ lo stato di latitanza. Confermate invece le condanne per i genitori di entrambi, Nicolo’ Salto e Giuseppe Giambrone, che dovranno scontare 18 e 15 anni di reclusione. I due erano liberi, cosi’ come Giambrone figlio, perche’ nei loro confronti erano decorsi i termini di custodia cautelare, a causa del ritardo, da parte della seconda sezione della Corte d’appello, che si era occupata di loro nel 2021, nel deposito delle motivazioni della decisione.
Ora la sentenza e’ stata emessa dal collegio presieduto da Enzo Agate, a latere Dario Gallo e Marcella Ferrara. I quattro erano coinvolti nell’inchiesta dei carabinieri denominata Kelevra, su una serie di estorsioni: di una di queste era stato vittima anche l’allevatore Vito La Puma, assassinato ieri mattina nelle campagne di Partinico (Palermo), dove pascolava le sue pecore. L’esecuzione, con tre precisi colpi che lo hanno centrato fra la testa, la mandibola e il polso, appare come opera di killer esperti e il delitto, non solo per questo motivo, si inquadra in un contesto alquanto fosco.
I Salto e i Giambrone sono originari di Borgetto (Palermo), lo stesso paese di La Puma: le due famiglie si erano inizialmente contrapposte in una lunga e sanguinosa faida; Nicolo’ Salto, padre di Antonio, ad esempio, era miracolosamente sopravvissuto a un agguato a colpi di pistola, di chiaro stampo mafioso, avvenuto nel 2009 sotto casa sua. Successivamente, secondo la ricostruzione degli inquirenti, i due clan si sarebbero messi d’accordo per dividere i proventi del pizzo e del traffico di droga. In primo grado, soprattutto in questa parte del procedimento, che e’ stata celebrata col rito ordinario, dunque senza sconti di pena, la stangata era stata ancora piu’ pesante: Giuseppe Giambrone aveva avuto 24 anni e Nicolo’ Salto 27.
C’era stato un primo processo di appello, poi annullato con rinvio dalla Cassazione, che aveva ordinato di rivalutare le posizioni dei figli di Giambrone e Salto e solo l’applicazione della misura di sicurezza, a fine pena, per i loro genitori. Oggi la sentenza di rinvio. Nei dialoghi intercettati nell’ambito dell’inchiesta Kelevra, i figli di Giuseppe Giambrone commentavano fra di loro un attentato incendiario subito da Vito La Puma, restio a pagare le estorsioni: “Al signorino gli e’ morto il fuoco dentro, nello stallone”, dicevano senza sapere di essere ascoltati dai militari. Nei giorni precedenti quella conversazione, nella notte del 4 settembre 2013, alcune balle di fieno erano state bruciate in una stalla di proprieta’ dell’allevatore, che ieri e’ stato assassinato.





