Dopo cinquant’anni la parola “mafia” precipita sulla frana di Agrigento
Ci voleva questo cinquantenario per capire subito che la frana del 1966 non poteva essere collocata nel museo “Pietro Griffo” (dove è stata ricordata) né può essere collocata nel museo delle ombre o in quello delle cere, così com’è drammaticamente palpitante di conseguenze per la città. E sarà sempre un rischio ricordarla in un Museo, […]
Ci voleva questo cinquantenario per capire subito che la frana del 1966 non poteva essere collocata nel museo “Pietro Griffo” (dove è stata ricordata) né può essere collocata nel museo delle ombre o in quello delle cere, così com’è drammaticamente palpitante di conseguenze per la città.
E sarà sempre un rischio ricordarla in un Museo, anche quello nostro prestigioso e archeologico, perché ci sono voluti cinquant’anni per far precipitare la parola “mafia” nel discorso dell’evento franoso. Parola sempre sospesa e impalpabile in questi cinquant’anni di ricorrenze ma che l’altra sera ha finalmente trovato “diritto di asilo” per merito di un ex amministratore di Agrigento, il dottor Fausto D’Alessandro che nel corso del suo intervento di relatore si è lanciato in un micidiale contropiede che l’ha portato in gol.
Le tv se ne erano già andate, molti cronisti avevano avuto fretta di raggiungere le loro redazioni, siamo stati in pochi a raccogliere il percorso investigativo dell’ex amministratore. Ricordando recentemente le parole del magistrato Raffaele Cantone (”molte opere non si fanno a causa della corruzione”), Fausto D’Alessandro ha introdotto nel suo intervento l’handicap “mafia” perché nonostante le incomprensioni tra i partiti politici si aveva consapevolezza che l’episodio frana fosse un paradigma straordinario per altre scelte ma i gruppi dirigenti non risposero con un Prg adeguato. Ed è a questo punto che D’Alessandro fa precipitare dentro il discorso il binomio mafia-corruzione. Non solo ma anche l’ignoranza e l’illegalità diffusa.
“Non possiamo limitare le inadempienze solo a diatribe politiche, dobbiamo riferirci ai condizionamenti mafiosi, al voto di scambio e non contorcerci nella dimensione politica. Certo ci sono state grandissime assenze che avrebbero potuto intervenire e l’altezza dei palazzi concessa a iosa (come ha ricordato anche Gucciardo) richiama problemi penali. Tutto deve tenersi in conto altrimenti avremo una convinzione parziale e aristocratica dei fatti. Anche ammettendo che il consigliere comunale non avesse consapevolezza di mafia, ma il suo capo si”.
Perfino l’on. Capodicasa che aveva promosso il convegno. Non può fare a meno di nutrire nelle sue parole finali qualche speranza sulla testimonianza politica che si può ancora dare, “una messa a punto tra politici” perché Agrigento ha un territorio di equilibri delicati.
Guarda caso gli ha fatto eco il sindaco di Agrigento Lillo Firetto che dopo aver abbandonato al suo destino il parlamento regionale e la sua Porto Empedocle, ha voluto prendersi la croce della sindacatura agrigentina e ha voluto essere presente a un altro ricordo della frana organizzato dalla arcidiocesi agrigentina nella chiesa di Santa Croce: “Ieri sera a “Santa Croce” – ha fatto sapere il sindaco – per ricordare la frana che distrusse un terzo dell’abitato della nostra città. 8000 Agrigentini costretti a lasciare le loro case. 2000 case distrutte. Era il tempo dei palazzacci e dell’uso aggressivo del suolo. Presente e futuro parlino di ordinata programmazione urbana nonostante le ferite lasciate sono difficilmente rimarginabili”.
Quando si ritroverà “la messa a punto della politica e dei politici” sarà certamente un gran giorno da salutare con un pontificale nella cattedrale di Agrigento. Quella cattedrale abbandonata al suo destino franoso e che ha fatto dire all’unisono “se cade, sarà una vergogna per lo Stato italiano”.
Affettuosissima serata, comunque, quella organizzata dall’arcidiocesi alla presenza di numerose pie donne, di tutte le suorine disponibili, di alcuni assessori e consiglieri comunali di buona volontà. Saluti e interventi di don Franco Montenegro, del sindaco Firetto, dell’assessore Beniamino Biondi. Uno scritto di Giuseppe Riccobene è stato letto da Marilisa Della Monica mentre è stato proiettato un bel documentario di Pietro Fattori dal titolo azzeccatissimo “I Giganti sul tufo che scotta” insieme alle immagini che hanno corredato l’intervento storiografico di Elio Di Bella.
Le conclusioni, inevitabilmente speranzose sono state tratte da Giuseppe Pontillo, direttore Beni culturali ecclesiastici della Curia di Agrigento. Molti dei presenti hanno scelto i percorsi guidati per le Chiese del Rabato, di san Francesco di Paola, Addolorata e Santa Croce tra gli echi musicali dei “Sicilano sono” e le degustazioni con la “Grattatella” di Simone e i “Cudduredda” di Carmelo.











