Omicidio Tragna, ancora una volta le istituzioni ignorano “un uomo perbene”
Trentasei anni fa il funzionario di banca venne ucciso dalla Stidda mentre tornava a casa dalla sua famiglia: nessuno ne ha ricordato la memoria
Giuseppe Tragna, 49 anni, padre di due meravigliosi figli, direttore dell’Agenzia 2 della Banca Popolare Sant’Angelo di Agrigento, venne ucciso il 18 luglio del 1990 in via Gela, a San Leone. Freddato con due colpi di pistola mentre tornava a casa dalla sua amata famiglia. Eliminato perché incorruttibile, e percepito come un limite invalicabile agli interessi delle consorterie mafiose.
Ucciso, una seconda volta, con le insinuazioni e le calunnie dei collaboratori di giustizia, che diedero a quell’omicidio l’aspetto di una forma grottesca di “giustizia” somministrata dalla criminalità organizzata perché, dissero, Tragna insediava un ragazzino. Menzogne luride, poi smontate nel tempo, ma a cui lo Stato ha continuato a lungo a credere, ignorando le sentenze e persino se stesso e costringendo la famiglia – raro esempio di determinazione – a difendere la memoria del padre dinnanzi alle corti, fino ad ottenere giustizia.
Una storia che, fino a poco tempo fa, quasi tutti (a partire dalle Istituzioni) potevano anche far finta di non conoscere, permettendosi così di non tributare il giusto ricordo ad un uomo per bene che tra ciò che era facile e ciò che era giusto, ha scelto la seconda strada. Una storia che, adesso, è però al centro del dibattito pubblico grazie al lavoro prezioso condotto dal giornalista e scrittore Carmelo Sardo e il suo “L’ultima estate di un uomo perbene”. Un testo presentato in più occasioni in città dinnanzi ad alcune istituzioni pubbliche che però, finito il momento culturale, bevuto un bicchierino di spritz, hanno semplicemente ignorato la data di oggi, cioè il 36esimo anniversario dell’uccisione di Giuseppe Tragna.
Un silenzio che risuonerà ancora più violentemente domani, quando sarà d’obbligo commemorare Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, trucidati in via D’Amelio. Perché quando la memoria si nutre solo di ciò che è “pop”, dimentica sempre gli “eroi normali”.


