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Mosella: l’impresa, l’antimafia e i prestanome: “Tanto io non ne capisco una m…”

La Andiva viene creata a dicembre e ottiene l’appalto due mesi più tardi. Per i pm è una società creata ad hoc dagli imprenditori favaresi per evitare i controlli antimafia (poi avvenuti)

Pubblicato 11 ore fa

Una società costituita ad hoc ed intestata a prestanome per eludere i controlli ed evitare la “pressione” della Prefettura di Agrigento in materia di certificazione antimafia. C’è anche questa accusa mossa nei confronti di alcuni degli indagati coinvolti nell’inchiesta – coordinata dal procuratore Giovanni Di Leo e dal sostituto Annalisa Failla – sull’appalto milionario della Mosella, l’importante arteria stradale che collega la SS640 alla SS115. Il gip Giuseppe Miceli negli scorsi giorni, accogliendo parzialmente la richiesta dei pm, ha disposto gli arresti domiciliari per gli imprenditori favaresi Dino Caramazza e Antonino Milioti rigettando, tuttavia, la stessa misura nei confronti di Federica Caramazza e Giovanna “Vania” Palillo. Sono proprio loro i protagonisti (ciascuno con compiti e responsabilità diverse ndr) della nascita della Andiva Srl, l’impresa che nel febbraio scorso – ad appena due mesi dalla sua nascita – si è aggiudicata la gara d’appalto milionaria per la manutenzione straordinaria della strada. Lo schema degli inquirenti, condiviso dal gip, è il seguente: gli imprenditori Caramazza e Milioti hanno creato la Andiva srl, intestandola a due loro dipendenti – Giovanna Palillo e Calogero Valenti – ritenuti dei meri prestanome. L’obiettivo secondo l’accusa era quello – da un lato – di turbare l’asta per la gara d’appalto partecipando con le rispettive società e – dall’altro – eludere le “pressioni” della Prefettura di Agrigento in materia di certificazione antimafia e iscrizione alla “white list”. 

Pressioni che, in effetti, si manifestavano alla fine del 2024 quando alla Edilroad dei Caramazza viene notificato un accesso ispettivo del Gruppo Interforze e un preavviso di diniego di iscrizione alla “white list”. A sostegno del provvedimento della Prefettura ci sono almeno diversi elementi: un “capo cantiere” dell’imprenditore favarese è ritenuto un membro di Cosa nostra (arrestato nel 2012 nell’operazione Maginot contro la rete dei fiancheggiatori del boss Falsone e più di recente nel blitz contro il mandamento di Ribera-Lucca Sicula); un altro dipendente della ditta, invece, è ha avuto rapporti lavorativi e cointeressenze con esponenti della criminalità organizzata nonché ritenuto “vicino” al boss defunto Giovanni Lauria; infine – è la contestazione della Prefettura di Agrigento – “sarebbero state accertate frequentazioni e cointeressenze economiche di componenti della compagine societaria con più soggetti attinti a vario titolo da provvedimenti giudiziari per delitti e fatti di criminalità organizzata”. 

Ed è così che, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, nasce l’esigenza di creare una compagine “pulita” in grado di partecipare alle gare d’appalto. Il dato ancora più curioso, sottolineano gli investigatori, è che l’Andiva srl viene costituita proprio lo stesso giorno in cui viene effettuata l’ispezione della Prefettura di Agrigento. Le successive intercettazioni delineano ancora più marcatamente il quadro e, come sottolinea il gip nell’ordinanza, adesso “sono chiare le ragioni che hanno spinto il Caramazza alla costituzione di un nuovo soggetto giuridico”. A guidare la nuova società sono Vania Palillo e Calogero Valenti, formalmente soci ma in realtà dipendenti delle aziende dei Caramazza e di Milioti. Le cimici registrano conversazioni importanti che mettono in risalto il loro ruolo di prestanome che eseguono soltanto i “diktat” degli imprenditori. Una tra tutte, secondo il giudice, è indicativa dell’assenza di competenza e conoscenza della materia: “Tanto io non ne capisco una min… quindi meglio di te ce n’è?” diceva la amministratrice (sulla carta) della Andiva all’imprenditore Milioti in occasione di un sopralluogo alla Mosella

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