Agrigento: non solo a teatro dovremmo essere tutti verticali (ft)

Diego Romeo

Agrigento

Agrigento: non solo a teatro dovremmo essere tutti verticali (ft)

di Diego Romeo
Pubblicato il Gen 28, 2019
Agrigento: non solo a teatro dovremmo essere tutti verticali (ft)

Promossa dal “Teatranima” la rassegna teatrale intestata alla memoria dell’attrice agrigentina Mariuccia Linder  ha superato il primo giro di boa con “Io sono verticale” e si avvia alla interessante conclusione passando per “Anna e le altre” di Annibale Ruccello, “La donna scheletro e l’archetipo della donna selvaggia”, “Un caffè con Pirandello” (che in questo contesto sembra cavoli a merenda) e “Delirio “ da Ionesco.

Per chi ci ha seguito nella cronaca delle precedenti messe in scena si tratta ormai di una ben definita rassegna “al femminile” con tutti i rischi e i pregi che il femminismo oggi porta con se. Bene o male è bene che se ne parli e meglio sarebbe stato se  i suggerimenti teatrali si fossero trasformati in letture dei libri. Cosa che  non ci risulta e dopo un rapido giro di orizzonte possiamo confermare che né il Palazzeschi delle “Sorelle Materassi” , né il Pirandello del “Berretto a sonagli”, né la Silvia Plath di “Io sono verticale” hanno scosso più di tanto  le librerie agrigentine.

“Io sono verticale” prodotto dal progetto S.E.T.A. (Studio emotivo teatro azione), in collaborazione con l’associazione  culturale Madè, è interpretato da Alessandra Barbagallo, per la regia di Silvio Laviano. Il curriculo di Laviano  ci informa che  dopo Borderline in loveSogno ergo sum, “Diversi – Personaggi in cerca di un altrove”, Femmine e  innamorati – Tragicommedia della purificazione, l’attore Laviano riveste  per la sesta volta i panni del regista, affrontando la storia di una donna qualunque, che come ogni bambina sogna un lieto fine. Io sono verticale si ispira alla poetica e biografia della poetessa americana Sylvia Plath,  morta suicida a soli trent’anni ed eletta negli anni settanta simbolo della lotta contro le durezze e le frustrazioni della vita domestica. Le scene e i costumi li ha firmati Vincenzo La Mendola che ha diretto in passato la stessa Mariuccia Linder e che tra l’altro firmerà lo spettacolo-memorial che chiuderà la rassegna. Non è superfluo  ricordare  che è tutta gente che ama il teatro e che vive, magari disperatamente,  anche di teatro.

Alessandra Barbagallo  qui interpreta pensieri ed emozioni  della poetessa Silvia Plath che annuncia “Io sono verticale ma preferirei essere orizzontale. Non sono un albero con radici nel suolo succhiante minerali e amore materno così da poter brillare di foglie a ogni marzo, né sono la beltà di un’aiuola ultradipinta che susciti gridi di meraviglia, senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali….”. e la cui biografia poi  ci dirà che  un bel mattino del 1963, dopo aver preparato  il latte e il pane imburrato per i suoi due bambini, mise la testa dentro il forno e si lasciò soffocare dal gas.

Dolorosa la vita della Plath  il cui matrimonio con il poeta Ted Hughes, bello e spaccone, non riuscì a sanare i gravi problemi di disfunzione bipolare di cui soffriva tanto da essere ricoverata  negli ambienti ospedalieri di allora che non andavano tanto per il sottile con l’elettrochoc.

In “Io sono verticale” ritroviamo  tutti quegli elementi che dovrebbero favorire riflessioni, dibattiti e letture sottolineati precedentemente, come  il distacco dalle origini rappresentato dalla figura del padre , le convenzioni borghesi, il possesso che qui si evolve in possessione macabra dell’amato. “ Io sono verticale” ispirato alla Plath  (eletta negli anni settanta simbolo della lotta contro le durezze e le frustrazioni della vita domestica) vuole essere nelle intenzioni di Laviano   uno spettacolo che” coinvolge lo spettatore nella casa di una donna-bambola-bambina, una creatura che sogna l’amore ed il lieto fine, il principe azzurro, la comprensione e che invece trova, nella sua gabbia domestica dorata ed illusoria, sempre delusioni”.

Un tragico avvertimento  per un mondo che rifiutando di valorizzare le donne e le competenze che esse possiedono per natura,  ha continuato a non apprezzare l’opera del mondo femminile. E insieme a questo si è continuato a non capire l’importanza della salute del nostro ambiente,  della nostra coesione sociale, della salute mentale di ogni persona.

Non è un caso se questa “pièce” cade  nell’Agrigento dello “scandalo del manicomio” e più complessivamente  in una Italia che  fa resistenza al reddito di cittadinanza, alla ridistribuzione dei beni, alla risoluzione dei problemi,  alla collaborazione, alla felicità e alla salute. Anche nel prossimo appuntamento  della rassegna,  il 9 e 10 febbraio,  con “Anna e le altre” da Annibale Ruccello, i discorsi saranno altrettanto conseguenziali.

Testo e foto di Diego Romeo


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