Giudiziaria

Favara, droga e ricatti sessuali in comunità: altri 3 rinvii a giudizio 

L’indagine che ipotizza un giro di droga e maltrattamenti all’interno della comunità Oasi di Emmanuele di Favara

Pubblicato 5 mesi fa

Il gup del tribunale di Agrigento, Iacopo Mazzullo, ha disposto altri tre rinvii a giudizio nell’ambito del procedimento scaturito dall’inchiesta “Dark Community”, l’indagine che ipotizza un giro di droga e maltrattamenti all’interno della comunità Oasi di Emmanuele di Favara. Si tratta di Antonio Presti, 37 anni; Calogero Rizzo, 36 anni; Giuseppe Papia, 64 anni di Favara. Questi ultimi sono difesi dagli avvocati Calogero Vetro, Antonietta Pecoraro e Gianluca Sprio. La prima udienza del processo si celebrerà il prossimo 14 dicembre davanti i giudici della prima sezione penale del tribunale di Agrigento presieduta da Alfonso Malato. 

Altri sette imputati sono stati ammessi al rito abbreviato: Chyaru Bennardo, 40 anni di Favara; Carmelo Cusumano, 52 anni di Favara; Emanuele Luigi Capraro, 24 anni di Agrigento; Gaetano Lombardo, 47 anni di Favara; Carmelo Nicotra, 38 anni; Salvatore D’Oro, 50 anni; Giovanni Colantoni, 27 anni. Per questi ultimi (difesi dagli avvocati Salvatore Cusumano, Fabio Inglima Modica, Maria Alba Nicotra,Vincenzo Caponnetto, Ivana Rigoli, Daniele Re) l’udienza proseguirà il prossimo 30 novembre con la requisitoria del sostituto procuratore Paola Vetro. La posizione di quattro imputati, tutti difesi dall’avvocato Daniela Posante, è stata invece stralciata e verrà giudicata separatamente: si tratta di Paolo Graccione, 45 anni nato in Germania; Antonio Emanuele Gramaglia, 29 anni; Gaetano Gramaglia, 33 anni; Fiorella Bennardo, 43 anni di Favara. Per loro l’udienza proseguirà il prossimo 16 novembre. 

Al centro dell’inchiesta c’è la comunità Oasi di Emmanuele. La struttura, che sulla carta si sarebbe dovuta occupare del recupero di persone con problemi psichici e di tossicodipendenza, si è ben presto rivelata una centrale di spaccio. La droga entrava e usciva con facilità e veniva venduta anche ai pazienti. E chi non riusciva a pagarla veniva “invitato” a saldare il debito con prestazioni sessuali. Tra le contestazioni anche un ricatto a sfondo sessuale con la minaccia di diffondere video e immagini compromettenti.

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