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Blitz “Catene spezzate”, due morti sospette al centro Suami di Licata: riaperte le indagini

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Licata, blitz "Catene spezzate": il sequestro della casa lager

I carabinieri di Licata hanno eseguito un’ordinanza con cinque misure cautelari (ma gli indagati sono in totale otto) firmata dal Gip del Tribunale di Agrigento Alessandra Vella su richiesta del sostituto procuratore della Repubblica Alessandro Macaluso.

L’operazione è stata denominata “Catene spezzate”. Agli arresti domiciliari è finita Caterina Federico, licatese di 33 anni, assistente sociale, per gli investigatori responsabile di fatto della gestione della sede; eseguiti anche tre divieti di dimora nei confronti di un trentenne Angelo Federico e due venticinquenni di Licata, Domenico Savio Federico e Giovanni Cammilleri e una interdizione dall’esercitare l’ufficio direttivo della Onlus a carico dell’attuale presidente del consiglio comunale di Favara Salvatore Lupo di 40 anni.

Avrebbero dovuto curare e assistere persone con gravi handicap fisici e psichici, invece, secondo la Procura di Agrigento e i carabinieri di Licata, la cooperativa sociale onlus Suami altro non era un vero e proprio lager, dove i malati erano maltrattati, puniti, nutriti con alimenti scaduti e in alcuni casi legati con delle catene.

L’indagine ha svelato molti orribili misteri.

Ma c’è una traccia, inquietante, che porta a due decessi di altrettanti pazienti che gli inquirenti spiegano così:

“Non irrilevante la circostanza che nei confronti di Caterina Federico in data 16.01.2011 sia stata sporta querela da Gaetana Campagna, madre di Martin Leonforte, per presunte omissioni nelle cure prestate al figlio, ospite della comunità “Suami” di Licata deceduto in data 15.01.2011 per cause naturali.

“Meritevoli di rilettura anche i fatti occorsi nell’ottobre 2014 all’interno della comunità “Suami” – sede operativa di Villaggio Mosè: il 09.10.2014 Francesco Di Rosa veniva trovato nel suo letto in stato di incoscienza, trasportato prima all’Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento e successivamente all’Ospedale “Villa Sofia – Cervello” di Palermo dove, dopo qualche giorno (20.10.2014), decedeva per “emorragia cerebrale di probabile natura traumatica”; gli accertamenti preliminari espletati dalla locale Stazione dei Carabinieri consentivano di appurare che la mattina del 09.10.2014 l’operatrice Maria Balsamo, dopo aver dato il cambio a Domenico Savio Federico che non rappresentava particolari criticità intervenute nella notte, verificava che Francesco Di Rosa si trovava in stato di incoscienza sul proprio letto; la donna, sentita dai militari, riferiva di non aver notato sul corpo del Di Rosa ecchimosi e/o segni riconducibili ad un’aggressione; tuttavia, malgrado quanto riferito dagli operatori della Comunità Suami, sul corpo di Francesco Di Rosa erano presenti  lividi, ematomi, ecchimosi, come attestato dal referto stilato dal medico di guardia dell’Ospedale “Villa Sofia – Cervello” di Palermo  (“Il paziente però presenta vasto ematoma localizzato all’anca che si estende alla coscia sinistra ed ematoma al braccio sinistro. Inoltre è stato sottoposto ad intervento neurochirurgico per la sopradetta emorragia cerebrale che a parere dei neurochirurghi è di probabile natura traumatica …”).

Le due morti, oggi valutate in maniera differente dagli inquirenti, saranno passate ai raggi X.

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