Agrigento

L’ignoranza è amica della mafia

Quadro primo – Scuola e genitori

È troppo importante la scuola per me: l’ho scritto più volte e siccome mi accorgo che non basta ci ritorno. Due notizie riportate recentemente su giornali nazionali mi costringono.

Un genitore scrive ai docenti del figlio, al termine delle vacanze, dicendo che non gli ha fatto toccare libri e non gli ha fatto fare i compiti per le vacanze “perché i professori avevano nove mesi per insegnare le nozioni e lui, il padre, solo tre mesi per insegnare al figlio a vivere”.

Da quella lettera traspare un’arroganza assurda, un’incapacità di guardare alla realtà.

Sia chiaro: che un padre voglia stare accanto al figlio e approfittare delle vacanze per divertirsi assieme è cosa positiva, anche se denota un fatto: durante gli altri mesi dell’anno questo padre ha delegato altri alla cura del figlio. E questo è un grave errore. Un padre è tale dodici mesi su dodici; segue il figlio quando va a scuola, si diverte con lui anche nei mesi scolastici, gli fa sentire (senza opprimere) l’affetto, la solidarietà, la presenza. Se i compiti a casa per le vacanze sono troppi, allora una serena ma ferma contestazione non guasta. Ma affermare che in tre mesi non è possibile trovare una decina di giorni per ripassare, leggere, magari una ricerca su internet, è bestiale.

La verità è che certi padri, certe madri, cercano di superare complessi di colpa verso i figli approfittando delle vacanze per far vedere che loro ci sono. A quel genitore è sfuggito che le giornate di ferie fatte di gite in campagna o al mare, di musica, di feste, fanno parte della vita come fa parte della vita la conoscenza delle arti, delle lettere, delle scienze. Che un libro al mare fa bene alla salute mentale (del padre e del figlio). Definire poi la scuola solo un concentrato di nozioni è doppiamente bestiale. La scuola è sapere, socialità, anche divertimento.

E veniamo a un altro caso sempre nel mondo della scuola. il preside Maurizio Lazzarini, dirigente del Liceo Scientifico Fermi di Bologna, ha inviato, a inizio anno scolastico, una lettera ai genitori in cui elenca, in diversi punti, la maniera per far fallire la scuola.

E dice: “Cari genitori, non parlate mai con i professori, sostituitevi ai vostri figli se hanno difficoltà, non gli fate fare esperienze scolastiche che li mettano alla prova, credete loro anche contro l’evidenza, date sempre la colpa alla scuola di ogni deficienza dei vostri figli, giustificateli sempre e comunque, non dite loro mai di studiare, se si impegnano richiamateli, date solo importanza al voto alle cose che imparano e alla loro crescita (quindi spazio alle raccomandazioni), non ascoltateli quando vi parlano di sé e dei loro problemi fuori dalla scuola”.

Il prof. Lazzarini ne avrà viste tante e sarà decisamente esasperato per arrivare a quella lettera.

E siamo a Bologna! Quanti presidi, in Sicilia, dovrebbero fare quella lettera? Spesso dalle nostre parti il voto non serve a certi genitori per valutare il sapere dei figli, ma solo per arroganza sociale, per eventuali, futuri concorsi. Quante volte ho sentito dire: “Quel professore si è messo mio figlio sul naso”. E penso a questi professori che avranno nasi più grandi di pinocchio o di un pachiderma!

Che fare perché tra scuola e famiglie ci sia dialogo, per un rapporto di stima e collaborazione?

Innanzitutto i genitori: stare più vicini ai figli, senza asfissiarli, ma cercando ogni giorno di seguirli e collaborarli; la scuola deve realizzare incontri in classe, anche settimanali, con docenti, genitori e figli per aggiustare incomprensioni e dare impulso a una scuola aperta, viva, collegata alla realtà del territorio. sono sacrifici, ma necessari.

Ma sia chiaro: i genitori non possono scaricare sulla scuola le loro disattenzioni, i loro fallimenti. Insomma, si deve realizzare un patto di fiducia per tutto l’anno scolastico e oltre.

Rendiamoci conto che la scuola fa parte della nostra realtà, non è un altro mondo. perché a scuola valori e comportamenti diventano elementi essenziali per la crescita (dei giovani ma anche dei docenti e genitori). Perché tra i banchi scorrono le generazioni; allora certe cose è meglio dirsele tutti assieme in ore stabilite, tra i banchi, rinnovando così ogni giorno una stretta di mano sincera e magari con un sorriso.

Quadro secondo – La scuola e la letteratura

Ci torno perché noto a scuola contraddizioni che si possono e si debbono superare anche diversificandosi, a volte, dagli stessi programmi scolastici. Mi è capitato di sentir chiedere, da studenti di scuole superiori, incontri su temi che riguardano la nostra realtà, la storia di oggi, la letteratura, il sociale. studenti che nei programmi sono chiamati a occuparsi di egizi e babilonesi e nessun cenno al presente. Quel presente che loro conoscono (e talvolta in maniera distorta) sui tablet. E così avviene che a scuola si viaggia su una utilitaria mentre al di fuori si va su una Ferrari (si fa per dire!). bisogna conoscere la società in cui si vive e conoscere questa società tramite pagine di letteratura contemporanea.

Chiaro che queste pagine partono dagli inizi del Novecento; i docenti, in particolare, sanno che nell’anno conclusivo di un percorso di studi (quinto anno al liceo scientifico, terzo al liceo classico, ultimo anno ai professionali, al geometra, al ragioneria) si riesce a conoscere per sommi capi Pirandello e Verga, poi il silenzio. Certo, qualche pagina nelle antologie dedicata ad autori del Novecento si trova. Magari tramite poesie e novelle e tutto finisce lì. I nostri ragazzi vogliono sapere l’attuale, insomma desiderano essere cittadini del loro tempo anche a livello di conoscenza culturale.

Sarebbe naturale conoscere quel filo rosso che in Italia parte dal nord per scoprire Pier Paolo Pasolini e la teoria delle lucciole, la realtà contadina di Tonino Guerra, Neri Pozza; e dal nord (Pasolini poi ci narrerà anche delle borgate romane) eccoci a Cesare Pavese e la realtà dell’Emilia Romagna, Carlo Emilio Gadda e Alberto Moravia il mondo romano e della Ciociaria, Eduardo De Filippo, Matilde Serao, Salvatore Di Giacomo, Domenico Rea, Ermanno Rea, Curzio Malaparte nel napoletano, Grazia Deledda in Sardegna, Ignazio Silone, Rocco Scotellaro in Basilicata, Corrado Alvaro, in Calabria, Luigi Capuana, Giovanni Verga, Luigi Pirandello, Vitaliano Brancati, Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo, Federico De Roberto, Rosso Di San Secondo, Tomasi di Lampedusa, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Alessio Di Giovanni, Ignazio Buttitta, Vito Mercadante, Gesualdo Bufalino, Francesco Guglielmino, Salvatore Di Marco per la Sicilia.

Per alcuni la collocazione regionale è indicativa perché sovente scelsero città del centro (Roma) o del nord (Milano) per vivere e lavorare. E in questa carrellata sono stato approssimativo che altri nomi avrei potuto fare di prestigio letterario.

Ad Agrigento ricordo pure Enzo Lauretta, Luigi Peritore, Antonino Cremona, Alfonso Zaccaria, Salvatore Di Benedetto, per citare i più noti.

I nostri ragazzi quanto sanno di questi autori che hanno dato un’impronta precisa alla letteratura italiana del Novecento? Quanto sanno delle mondine del nord, dei minatori della Sicilia, dei pastori della Ciociaria, dei contadini della Basilicata, della Calabria, delle Puglie, della Sicilia, dei banditi di Orgosolo; del perché di una condizione di vita ai limiti della sopportazione e della disperata emigrazione in altri paesi! Che sanno di “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi e dei confinati del fascismo? Che sanno delle lettere dal carcere di Antonio Gramsci, delle lettere di Don Milani, della denuncia dell’orrore della prima guerra mondiale di Giuseppe Ungaretti tramite le sue poesie. Vogliono sapere; non dico di mettere da parte i programmi (ma che qualcuno lo dica ai soloni ministeriali di rivedere certi percorsi!) ma aprire finestre sulla realtà; far conoscere alcuni degli autori che ho citato o altri che ho tralasciato (per evitare collassi). Parlare di temi sociali senza trovare la scusa che sono “sentieri impervi”. Dove c’è chiarezza non ci può essere scandalo.

Per concludere: quando uccisero, il 15 settembre 1993, don Pino Puglisi, gli investigatori trovarono sulla scrivania del sacerdote degli appunti; erano alcune richieste che il prete scomodo avrebbe fatto qualche giorno appresso alla Commissione antimafia. In cima alle richieste una scuola media per Brancaccio. La migliore maniera, per don Puglisi, per togliere i ragazzi alla mafia, era la scuola; scuola legata al sociale, scuola della verità contro la menzogna. E anche per quella scuola don Puglisi è stato ucciso.

L’ignoranza è amica della mafia.

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