Agrigento

Tragedia Lampedusa, padre Zerai: “Inchiesta avanti grazie a caparbietà pm Maggioni”

“Aspettiamo di vedere cosa produrra’ quest’inchiesta. Meno male che il magistrato e’ caparbio nel cercare la verita’ che i sopravvissuti e i familiari delle vittime hanno chiesto anche ieri, nel giorno della memoria. La giustizia e’ stata fatta fino ad ora solo parzialmente con la condanna dello scafista, ma non e’ completa perche’ non sono state accertate le responsabilita’ di chi ha visto e non ha soccorso”.

Cosi’ oggi all’agenzia “Dire” padre Mussie Zerai in merito al naufragio dei migranti avvenuto il 3 ottobre del 2013: una storia drammatica che non e’ ancora stata scritta per intero.

Il Pm Andrea Maggioni

Il Pm Andrea Maggioni

Sabato scorso Andrea Maggioni, il Pm della procura di Agrigento che ha seguito le inchieste successive al naufragio che porto’ alla morte di almeno 366 persone al largo delle coste di Lampedusa, ha affermato di essere al lavoro da circa tre anni a un’indagine sulla possibilita’ che quel giorno si siano verificate delle omissioni di soccorso. Diverse fonti riferiscono di due pescherecci che nelle prime ore di quel giorno si sarebbero avvicinati al barcone mentre stava naufragando, per poi allontanarsene di nuovo.

Gia’ nel novembre 2013, padre Zerai, religioso attivo nella difesa dei diritti dei migranti e fondatore dell’agenzia Abeisha, dichiarava a un giornalista: “I sopravvissuti con i quali ho parlato (…) mi hanno raccontato di essere stati avvicinati da due natanti abbastanza grandi, simili a quelli in dotazione alla guardia costiera, quando erano gia’ nelle acque di Lampedusa, a circa 800 metri dalla riva, tra le 3 e le 3,30 del mattino. Uno dei due avrebbe anche girato attorno al barcone con a bordo piu’ di 500 persone che gridavano aiuto e facevano segnali con le torce elettriche. Pare sia stato anche acceso un lampeggiatore, o comunque una luce di colore rosso, per segnalare che erano in difficolta’ e avevano bisogno di soccorso, ma i due natanti, tuttora senza nome, non solo non hanno prestato aiuto, ma pare che non abbiano neppure comunicato alle autorita’ competenti la presenza di quel barcone di disperati”. Altre testimonianze accusano direttamente la capitaneria di porto di ritardi e inadempienze nei soccorsi. Tra queste c’e’ quella di Vito Fiorino, uno dei soccorritori civili che il 3 ottobre ha salvato 47 persone sulla sua barca.”

In una dichiarazione raccolta dal collettivo lampedusano Askavusa e diffusa alla stampa in questi giorni, Fiorino afferma: “Alle 6,40 abbiamo chiesto aiuto attraverso il canale 16 della radio di bordo, collegato con la capitaneria di Lampedusa. Nulla. Alle 7,20 abbiamo chiamato via telefono il centralino di Roma e ci hanno risposto ‘stanno arrivando’. Ma sono passati altri 5 se non 10 minuti […] Sono arrivati con navi enormi che non servivano per ripescare i naufraghi, ho chiesto di poter trasferire i miei ragazzi sulla loro barca per continuare il salvataggio, ma loro non hanno voluto

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