Agrigento

Nuova relazione della D.I.A., la nuova mappa della mafia agrigentina dopo le operazioni Vultur, Opuntia, Icaro

La provincia di Agrigento continua a caratterizzarsi per la pervasività delle associazioni criminali di matrice mafiosa che, facendo leva sulla limitata presenza di iniziative imprenditoriali e sulla generale crisi economica, trovano ancora terreno fertile nella possibilità di reclutamento di nuova manodopera. In base agli elementi informativi raccolti, cosa nostra riveste tuttora un ruolo di supremazia nel panorama criminale agrigentino, avendo mantenuto, nei suoi profili essenziali, un’organizzazione verticistica, strutturata e complessivamente unitaria, basata su precisi codici comportamentali, nonché pienamente operativa, oltre che in diretto collegamento con famiglie mafiose palermitane, trapanesi e nissene. Sarebbe attualmente organizzata nel territorio della provincia su 7 mandamenti e 41 famiglie, come di seguito illustrato.

La stidda, peraltro, pur rivestendo un ruolo marginale, conserva posizioni di rilievo nel contesto agrigentino. Costituita da una confederazione di clan scissionisti, inizialmente contrapposti a cosa nostra, oggi è presente soprattutto a Palma di Montechiaro, Porto Empedocle, Naro, Favara, Canicattì, Campobello di Licata, Camastra e Bivona, senza più porsi in atteggiamento conflittuale con le famiglie mafiose. Dall’analisi emerge come anche nella provincia in argomento cosa nostra viva una continua fase di riassetto degli equilibri interni, con disegni di scomposizioni e ricomposizioni di famiglie e di mandamenti, derivanti anche dalle scarcerazioni di alcuni importanti sodali, i quali, tornati in libertà, manifestano interesse a riconquistare posizioni sospese. Nel dettaglio, nel secondo semestre 2016, l’operazione “Opuntia” ha interessato la zona occidentale della provincia, ed in particolare le famiglie di Menfi e di Sciacca, individuandone, il vertice, e rivelandone le attività illecite. In particolare, sono stati documentati incontri riservati tra gli indagati all’interno di autovetture e casolari nella loro disponibilità nonché di esercizi commerciali, cui partecipavano anche esponenti di vertice di cosa nostra a livello provinciale. L’attività investigativa ha registrato come gli indagati si riunissero principalmente con lo scopo di riorganizzare il gruppo criminale nel territorio di Menfi (delineando un nuovo assetto), di conciliare dissidi interni all’organizzazione, nonché di programmare le attività intimidatorie al fine di ottenere assoggettamento ed omertà. Con l’operazione “Vultur” – che ha interessato la zona orientale della provincia, ed in particolare le famiglie di NARO e di CANICATTÌ – è stato, invece, fatta luce sulla realtà criminale di Camastra, individuando una serie di condotte criminose poste in essere in quella cittadina (associazione per delinquere di tipo mafioso pluriaggravata, estorsioni, detenzione e porto illegale di armi, illecita concorrenza aggravata dai metodi mafiosi, danneggiamenti a mezzo incendio), e mettendo in luce anche possibili condizionamenti mafiosi nei confronti di quella amministrazione comunale. Le investigazioni, inoltre, hanno dato ulteriore conferma della cessata contrapposizione tra cosa nostra e stidda. Infine, l’operazione “Icaro”, che rappresenta la terza fase del medesimo filone investigativo, ha portato all’arresto di 3 soggetti ritenuti ai vertici delle famiglie di SANTA MARGHERITA DI BELICE, CIANCIANA e MONTALLEGRO.

Anche in questa provincia l’organizzazione mafiosa, approfittando della perdurante crisi economico-finanziaria e di disponibilità di capitali, si pone l’obiettivo di inserirsi nell’economia legale, depauperando sempre più il tessuto produttivo sano. L’articolazione agrigentina di cosa nostra appare, infatti, capace di condizionare lo sviluppo del territorio puntando ad infiltrarsi soprattutto nel campo dell’imprenditoria e dei finanziamenti alle imprese. Vengono così rilevati pubblici esercizi, imprese, attività commerciali (in taluni casi irregolari sotto il profilo fiscale e contributivo), così reinvestendo i proventi illeciti attraverso prestanome e intermediari compiacenti. Una costante rimane l’infiltrazione delle consorterie criminali negli appalti pubblici. Essa si manifesta attraverso le forme classiche del controllo e del condizionamento, diretto o indiretto, di appalti e subappalti; cosa nostra, infatti, non sempre sembra aver interesse a vincere un appalto, risultando, di contro, spesso interessata a presentarsi successivamente rispetto all’aggiudicazione della gara, nella prospettiva di gestirne i subappalti. In questo contesto, alcuni personaggi si caratterizzerebbero per la duplice veste di imprenditori e soggetti contigui a cosa nostra, di cui mutuano la forza di intimidazione e beneficiano dei collegamenti con esponenti mafiosi anche di altre parti del territorio siciliano, nella prospettiva di condizionare il locale tessuto socio-economico. A fronte delle descritte ingerenze mafiose è proseguita incessante l’opera della D.I.A. di aggressione delle ricchezze illecitamente accumulate dai mafiosi. In particolare, la D.I.A. di Agrigento ha prima eseguito, nei confronti di un soggetto riconducibile a un contesto mafioso, un decreto di confisca di immobili, società e rapporti finanziari di varia natura per un valore complessivo di oltre 2 milioni di euro; successivamente la stessa Articolazione ha proceduto ad un sequestro di beni, per un valore di oltre 500 mila euro, in pregiudizio di un soggetto riconducibile alla famiglia di CASTRONOVO di SICILIA. Le risultanze processuali e le più recenti operazioni di polizia hanno comunque confermato che la principale attività delle consorterie mafiose rimane la riscossione del pizzo dagli operatori economici, nei più svariati settori 69 . In proposito, sembrerebbe che i vertici di cosa nostra, causa una cronica carenza di liquidità, abbiano deciso di indirizzare le estorsioni anche verso piccoli imprenditori e commercianti al minuto.

Anche su questo fenomeno è stata particolarmente incisiva l’attività della D.I.A.. L’8 novembre, sempre la D.I.A. di Agrigento ha eseguito un decreto di fermo nei confronti di due pregiudicati, accusati di tentata estorsione (perpetrata attraverso richieste di denaro ed assunzioni), aggravata dal metodo mafioso, ai danni di un imprenditore edile del posto. Uno dei due soggetti tratti in arresto, nel timore di essere sottoposto a misure restrittive, stava organizzando la fuga all’estero, in un Paese ove non fossero in vigore accordi bilaterali di estradizione. Il ricorso all’usura risulta – al di là dei dati statistici falsati dalla diffusa reticenza delle vittime – un canale alternativo al sistema creditizio legale. Per quanto riguarda il mercato della droga, nel periodo in argomento si registra un andamento dei reati legati alla produzione e allo spaccio di stupefacenti tendenzialmente in linea con il semestre precedente. Vale la pena di richiamare, in proposito, l’operazione “Up & Down” – che ha interessato i comuni di Agrigento, Favara e Porto Empedocle – grazie alla quale è stato sgominato un sodalizio finalizzato al traffico di sostanze stupefacenti (hashish e cocaina), con significativi contatti con l’estero. Nel panorama delinquenziale della provincia appaiono in ascesa i gruppi criminali di altra nazionalità, in particolare rumeni, tunisini, marocchini ed egiziani. Con il passare degli anni, le suddette componenti straniere sarebbero aumentate nel numero degli adepti, riuscendo ad acquisire più ampi margini operativi. Ciò, anche in ragione della crescente integrazione nel tessuto socio-criminale in cui si radicano, ivi incluse le aree a tradizionale presenza mafiosa, ove cosa nostra sembra tollerarle nella conduzione di attività criminali di basso profilo. I settori dell’illecito privilegiati dai gruppi malavitosi stranieri in argomento comprendono lo spaccio delle sostanze stupefacenti, lo sfruttamento dell’immigrazione clandestina, il furto di materiale ferroso, le rapine, i furti in abitazione e lo sfruttamento della prostituzione. La criminalità rumena è dedita soprattutto al furto di rame, mentre la malavita nordafricana opera principalmente nel settore dello spaccio di sostanze stupefacenti.

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