Agrigento: un documentario su Danilo Dolci e la devastazione della Sicilia

Agrigento: un documentario su Danilo Dolci e la devastazione della Sicilia

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Il figlio di Dolci, l'assessore Biondi e il regista Picarella

Non c’era uno straccio di politico l’altra sera per la presentazione del documentario su Danilo Dolci. Anzi no, un politico c’era, l’assessore al centro storico e alle pietre cadute di Agrigento, Beniamino Biondi che da buon cultore del cinema non ha potuto far altro che riflettersi nella storia di Danilo Dolci e avere parole di circostanza per il documentario di Leandro Picarella e Giovanni Rosa che impagina con perizia tecnica ma con poco afflato etico una storia siciliana che grida vendetta. Si è preferito che fossero le immagini del grande e dimenticato Gianfranco Mingozzi e le dichiarazioni di Leonardo Sciascia a corroborare una materia bruciante insieme alle teche Rai e dell’Istituto Luce.
Se è questo il nuovo cinema documentaristico che evidentemente ha i suoi mandanti interessati nella Regione Sicilia, come al solito ritorniamo ai principi di Salina. Che altro possono fare “i principi” se non allevarsi corifei e candelabri portatili necessari al “vecchio nuovo potere” il cui espediente è quello di cavalcare un passato che li ha visti colpevoli protagonisti?
Un espediente che non solo si sta ripetendo nel cinema ma anche nella saggistica tanto da non produrre raccapriccio il vedere “deputati del mea culpa” presentare libri come “La Zavorra” o “Buttanissima Sicilia”. Oggi si cavalca tutto, mafia e antimafia, trattativa e funerali (a loro insaputa). Eppure paradossalmente, dovremmo ringraziare lor signori del Centro Sperimentale di cinematografia che hanno riportato a galla la storia di Danilo Dolci anche se dagli interventi del pubblico, l’altra sera durante il dibattito che ne è seguito (presente uno dei figli di Dolci), si è avuta la sensazione che in fatto di percezione politica si è ancora lontani. Anche qui nulla di nuovo, si conoscono, mi pare, i limiti molto italiani del “filone politico”, soprattutto cinematografico, che nel trasmettere i contenuti li affida a quei meccanismi spettacolari che, nel momento stesso in cui ne consentono la più ampia diffusione, li rendono anche in maggiore o minor misura “consumabili”. Il Danilo Dolci di una sera d’estate, per come è stato imbandito, rischia di esercitare altre funzioni che non siano quelle epidermicamente assimilatorie. Siamo lontani dallo scompaginare il gioco dell’evasione con inquietanti richiami alla realtà di oggi, inceppare i meccanismi della informazione teleguidata a senso unico e introdurre nelle tecniche di assuefazione alla passività la “sgradevolezza” degli stimoli e delle provocazioni al ripensamento. La Chiesa siciliana è stata tenuta lontana dalle responsabilità di quel tempo e una buona metà del documentario era pieno zeppo di sequenze de “La terra dell’uomo” di Gianfranco Mingozzi e di altri spezzoni in bianconero. Tanto valeva finanziare l’acquisto (costo in libreria) per 12,75 euro del libro di Mingozzi corredato dal dvd, magari come risarcimento morale dell’opera televisiva di Mingozzi dimenticata per trent’anni e che in questi ultimi tempi si è vista in “fuori orario”, programma notturno della Rai diretto dal caritatevole Enrico Ghezzi.
In tempi in cui bisognerebbe approfondire i “perché” non faccia più paura il film “Todo modo” di Elio Petri tanto da restaurare la pellicola, possiamo cominciare a chiederci se faccia ancora “paura” Danilo Dolci?
Anche se costretti a iniziare da questo documentario di Picarella e La Rosa.

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