Agrigento

Armi, cocaina e marijuana, blitz “Doppia Sponda”: 19 arresti ( nomi, foto, video)

Sono due gli indagati sfuggiti all’operazione antidroga dei carabinieri, che ha smantellato un’organizzazione che operava tra le province di Messina e Catania.

Complessivamente sono state arrestate undici persone, altre quattro sono finite ai domiciliari mentre nei confronti di altre due è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere Maurizio Calabrò, 28 anni; Marco D’Angelo, 29 anni; Salvatore Di Mento, 37 anni, già detenuto per altra causa; Filippo Iannelli, 33 anni; Gianluca Miceli, 22 anni; Domenico Giovanni Neroni, 28 anni; Antonino Pandolfino, 24 anni; Paolo Pantoò 34 anni, già detenuto per altra causa; Massimo Raffa Laddea, 24 anni; Sebastiano Sardo, 30 anni; Giuseppe Valenti, 30 anni.

Ai domiciliari sono invece finiti Antonio Barbuscia, 28 anni; Santino Calabrò, 44 anni; Francesco Crupi, 24 anni; Rocco Valente, 52 anni. Mentre è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per Rocco Lanfranchi, 27 anni; e Salvatore Micali, 22 anni.

Tutti sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico di droga, detenzione illegale di armi da fuoco e altro.

Il provvedimento restrittivo scaturisce da una complessa attività d’indagine sviluppata sin dal marzo del 2013 dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Messina, i cui esiti hanno permesso di comprovare l’operatività di due gruppi criminali attivi nel territorio del capoluogo peloritano e riconducibili a Marco D’Angelo ed a Maurizio Calabrò, quest’ultimo in grado di impartire anche dal carcere le disposizioni per la gestione delle attività di narcotraffico, facilitate dai suoi stretti collegamenti con esponenti di vertice di alcuni sodalizi mafiosi catanesi.

In particolare, l’attività investigativa ha consentito di delineare gli assetti interni delle consorterie indagate e le responsabilità dei singoli associati in ordine all’approvvigionamento e alla commercializzazione di ingenti “partite” di cocaina e marijuana, destinate alle principali “piazze di spaccio” del messinese.

Le indagini hanno preso l’avvio dall’arresto in flagranza di uno spacciatore messinese l’8 marzo 2013, quando i Carabinieri del Nucleo Radiomobile lo hanno trovato in possesso di 1,2 chili di marijuana suddivisa in 12 involucri. E’ stata così  individuata un’organizzazione criminale che si muoveva intorno alla figura di Maurizio Calabrò, ritenuto l’organizzatore del gruppo, e di Giuseppe Valenti, divenuto elemento apicale dopo l’arresto di Calabrò. Il gruppo operava prevalentemente nello smercio di marijuana e cocaina provenienti dalle province di Reggio Calabria e Catania, ma non disdegnava la consumazione di reati contro il patrimonio e in materia di armi. Il capo originario sarebbe stato Maurizio Calabrò (detto “Militto”, soprannome ereditato dal padre Carmelo, nel periodo in cui questi militava tra le file della criminalità messinese tra gli anni 70 e 90). Sarebbe stato lui a dare ordini, a indicare ruoli e attività, nonchè a curare il reperimento della droga attraverso contatti personali con elementi calabresi rimasti ignoti e il catanese Sebastiano Sardo.

Calabrò era legato da uno strettissimo rapporto di amicizia con Sardo, tanto da essersi tatuato su un braccio il nome di battesimo del complice, divenuto poi un componente essenziale del gruppo. Calabrò è stato poi arrestato il 6 luglio 2013, perchè trovato in possesso di 4,8 chili di marijuana. Con il suo arresto la direzione dell’organizzazione è stata assunta da Valenti che come Calabrò si è occupato di organizzare il trasporto della droga dai luoghi di acquisto, soprattutto Gioia Tauro e Catania, alla piazza messinese.

Sul finire dell’estate 2013 si è cominciata a delineare una nuova struttura delinquenziale capeggiata da Marco D’Angelo, desideroso di recidere la collaborazione con Valenti e di assumere un ruolo da protagonista sul mercato messinese dello spaccio anche alla luce del fatto che all’epoca D’Angelo era il futuro genero di Giuseppe Trischitta, uno degli storici reggenti del clan di Mangialupi, con la cui figlia era fidanzato. D’Angelo provvedeva ad annotare in un registro le somme che i singoli associati gli dovevano per le partite di droga di volta in volta consegnate loro. Dal “libro mastro”, sequestrato dagli investigatori, sono emerse transazioni di importi rilevantissimi, come quando D’Angelo ha ceduto stupefacente a due acquirenti per 23.800 euro. Anche le comunicazioni avvenivano utilizzando parole di comodo per indicare lo stupefacente, menzionato come “rose rosse” o “prezzemolo”. L’organizzazione aveva inoltre la disponibilità di armi.

Durante le indagini, il 26 novembre 2013, i Carabinieri hanno sequestrato un fucile calibro 12, nascosto in un bar di Via La Farina, con il quale alcuni degli indagati avevano intenzione di commettere reati contro il patrimonio. Nel corso dell’operazione è stato tratto in arresto, in flagranza di reato per detenzione e spaccio di droga, Giuseppe Micali, 36 anni, fratello di Salvatore Micali, in quanto, durante una perquisizione domiciliare è stato trovato in possesso di droga.

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