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Mafia, sequestrati beni per oltre 20 mln di euro a Carmelo Marotta: favorì la latitanza di Giuseppe Falsone (video)

di Redazione
Pubblicato il Giu 29, 2016
Mafia, sequestrati beni per oltre 20 mln di euro a Carmelo Marotta: favorì la latitanza di Giuseppe Falsone (video)

La Guardia di Finanza ha sequestrato beni per 20 milioni di euro riconducibili all’imprenditore agrigentino Carmelo Marotta, 46 anni, originario di Ribera.

Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Agrigento – Sezione misure di prevenzione, su proposta del procuratore aggiunto Bernardo Petralia e del sostituto Rita Fulantelli della Procura di Palermo, d’intesa con il procuratore capo Francesco Lo Voi.

Sotto sequestro tre aziende in provincia di Agrigento, partecipazioni societarie, decine di rapporti finanziari ed auto. L’attività scaturisce da una proposta di applicazione di misure di prevenzione patrimoniali, formulata dal Gico, nei confronti del noto imprenditore agrigentino Carmelo Marotta, già indagato per associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione “Maginot” del 2011 (il padre venne ucciso nmel 1983 a Ribera), nonchè per bancarotta fraudolenta, intestazione fittizia di beni e truffa. Marotta è stato condannato nel luglio del 2015 con sentenza definitiva per aver favorito la latitanza del capo-mafia di Agrigento Giuseppe Falsone. Marotta, dopo la condanna in primo grado, era stato comunque assolto dall’accusa di associazione mafiosa, ma la ricostruzione del suo profilo, effettuata dalle Fiamme Gialle sulla base degli atti giudiziari, ha evidenziato la sua pericolosità sociale. Già in passato il collaboratore di giustizia Calogero Rizzuto lo aveva indicato come soggetto “raccomandato” da Giuseppe e Francesco Capizzi, esponenti della famiglia mafiosa di Ribera, affinche’ non pagasse il pizzo a Sciacca.

Negli anni, Marotta ha costruito un impero economico, intestato anche alle sorelle e basato sul cemento, costituendo società che gestivano cave ed imprese edili, che avrebbe poi anche messo a disposizione del boss Giuseppe Falsone, per favorirne la latitanza. Infatti il capo mafia, che utilizzava un documento falso predisposto dallo stesso Marotta, figurava quale dipendente, con mansioni di trasportatore, di una delle societa’ costituite appositamente, la “Edilmar srl”. Questo rapporto tra Falsone e Marotta, ricostruito nella sentenza che lo ha visto definitivamente condannato, ha trovato ulteriore conferma fra i documenti rinvenuti nel covo marsigliese del latitante, che nei suoi pizzini lo appellava quale “u’ maluppila” (il malpelo) in virtu’ della carnagione e del colore di capelli.

Le indagini del Gico hanno permesso inoltre di dimostrare la sperequazione fra il patrimonio accumulato ed i redditi dichiarati dal nucleo familiare di Marotta fra il 1997 ed il 2012. Sulla base di tali presupposti, gli investigatori hanno pertanto proceduto al sequestro della “Sagid sas”, della “Edilmar sas”, e della “Edilmar group srl”, tutte con sede a Sciacca, proprietarie di impianti di produzione e cave anche a Ribera, del 50% del capitale della “Samar Costruzioni srl”, anch’essa di Sciacca, nonchè di auto e disponibilità finanziarie. Il patrimonio sequestrato sarà ora gestito dall’Amministratore giudiziario nominato dal Tribunale di Agrigento.

OPERAZIONE MAGINOT. L’inchiesta “Maginot” condotta dalla Squadra mobile di Agrigento, con il coordinamento della Dda di Palermo, nel Luglio 2011, ha consentito di individuare i “picciotti” e i capi “famiglia” al servizio di Falsone, e i ruoli operativi che costoro avevano assunto nel periodo di latitanza del boss campobellese a Marsiglia. Oltre a garantirgli protezione, gli imputati avrebbero puntato l’attenzione sui lavori di realizzazione dell’aeroporto di Agrigento, il centro commerciale di Villaseta e il raddoppio della Strada statale 640 Agrigento-Caltanissetta. Nel processo scaturito in seguito all’operazione antimafia, il Gup del Tribunale di Palermo Lorenzo Jannelli, ha emesso nove condanne: la più pesante è stata inflitta proprio a Giuseppe Falsone, con 18 anni di carcere (l’accusa ne aveva chiesti 20). Condannati anche Salvatore Morreale, di Favara, 42 anni, a 8 anni e 8 mesi e Antonino Pirrera, 59 anni, di Favara, a 8 anni e 8 mesi. Otto anni di reclusione sono stati inflitti a Carmelo Cacciatore, 47 anni, di Agrigento e Francesco Caramazza, 38 anni, di Agrigento; 6 anni di carcere per Calogero Pirrera, 73 anni, di Favara e Liborio Parello, 41 anni, di Agrigento; 2 anni e 8 mesi di reclusione per Giuseppe Maurello, 42 anni, di Lucca Sicula e Antonino Perricone, 41 anni, di Villafranza Sicula. Assolto Giovanni Vinti, 42 anni, di Ribera (10 anni la richiesta del Pm).


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