Omicidio di Teresa e Trifone, a due mesi dal delitto manca il...

Omicidio di Teresa e Trifone, a due mesi dal delitto manca il movente: sgarro a boss dell’Est?

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Teresa e Trifone

Due mesi di indagini, due vite studiate nei dettagli, violate negli aspetti più intimi. Centinaia di testimonianze e migliaia di contatti telefonici esaminati. Eppure il movente continua a sfuggire. Chi ha ucciso o chi ha ordinato l’esecuzione di Trifone Ragone e Teresa Costanza nel parcheggio del palasport Crisafulli può ancora nascondersi nell’anonimato 
LE PISTE. L’unica traccia lasciata dal killer la sera del 17 marzo sono i sei bossoli espulsi da una semiautomatica 7,65. Nessuno lo ha visto. Nemmeno chi era a pochi metri di distanza quando ha freddato il caporal maggiore del 132° Reggimento carri e la sub assicuratrice della Zurich. Lui 28 anni, lei 30. Gelosia, sgarro, rancori. I Carabinieri del Nucleo investigativo di Pordenone, del Ros di Udine e del Reparto crimini violenti di Roma hanno messo in campo gli uomini migliori e il top della tecnologia per trovare l’appiglio che porta al movente. 
 

 LA VITA PRIVATA. Si è scavato nelle precedenti relazioni sentimentali dei due giovani che si erano incontrati alla discoteca Hollywood di Milano il 15 dicembre 2013, quando Ragone – con lo pseudonimo di Luca Bari – sfila come mister Gennaio alla presentazione del calendario di Hell Boys. Tre giorni dopo è amore. Quattro mesi più tardi, il 30 aprile 2014, Teresa piange commossa congedandosi con un abbraccio dalla sua migliore amica: «Non saranno i chilometri a dividerci» si promettono. Non fa in tempo a passare un anno che amici ed ex fidanzati milanesi sono chiamati a fornire spiegazioni o, come nel caso dell’ex che aveva continuato a cercare un contatto con Teresa, a fornire un alibi. Ma la pista milanese – che la si incanali nel giro dei locali notturni frequentati dalla trentenne bocconiana o che la si analizzi sotto il profilo passionale – non riesce a decollare. Si è scavato molto anche tra le ex fidanzate di Ragone e tra le tante spasimanti che lo circondavano. Non è emerso nulla di significativo, finora. LO SGARRO. L’ipotesi di uno sgarro maturato in un ambiente malavitoso, soprattutto quello composto dai piccoli boss albanesi e romeni che spadroneggiano in night e locali notturni della provincia, non è mai tramontata. Anche perché le modalità dell’esecuzione fanno pensare proprio alla mala dell’Est. Sono state esplorate diverse situazioni, a cominciare dalle risse in cui ci sono stati dei feriti. Nessun episodio ha visto un coinvolgimento di Trifone o di Teresa. È stata esaminata a fondo anche una lite avvenuta la notte di San Valentino al locale notturno Riverside di Valvasone e sedata dai buttafuori. L’unico collegamento con i due fidanzati uccisi è il fatto che uno dei bodyguard è un sollevatore di pesi che si allenava nella stessa palestra di Ragone. Se i due albanesi che si erano fatti medicare in pronto soccorso a San Vito volevano vendetta, perché colpire i fidanzati nel parcheggio della pesistica e non chi li aveva messi al tappeto? LA CASERMA. C’è poi la vita militare di Ragone, un ambiente chiuso, per certi versi omertoso. Un ambiente dove si impara a usare le armi e si viene addestrati per affrontare situazioni di pericolo. Come poteva essere l’agguato teso ai due fidanzati nel parcheggio. L’assassino ha agito con lucidità e freddezza, sgusciando tra le macchine parcheggiate, sorprendendo Ragone mentre saliva in auto sorseggiando una bevanda energetica e Teresa che aveva fatto in tempo soltanto a inserire le chiavi nel cruscotto. Gli investigatori, coordinati dal sostituto procuratore Pier Umberto Vallerin e dal procuratore Marco Martani, hanno fatto sfilare ripetutamente i commilitoni del caporal maggiore, chiarito inesattezze e contraddizioni, approfondito screzi e vecchie relazioni sentimentali. Ma qualcosa continua a sfuggire. LE INDAGINI. Da qualunque angolazione lo si guardi, il duplice delitto di via Interna offre spunti investigativi, ma dopo due mesi di attività ininterrotte nessuna ipotesi ancora prevale. I telefonini delle vittime continuano a essere un pozzo inesauribile di contatti nei quali si sta scandagliando nella convinzione che un messaggio o una telefonata, anche datati, portino al killer o alla persona che lo ha assoldato.

(articolo pubblicato su www.leggo.it)

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