Studente di Cammarata morto, la mamma: “Giustizia per Giuseppe”

Studente di Cammarata morto, la mamma: “Giustizia per Giuseppe”

Condividi

“Io credo nella giustizia, sono un avvocato e voglio credere nella giustizia. Spero che si faccia luce sulla morte del mio Giuseppe, un figlio che è stato strappato ai suoi affetti più cari senza neppure un perché”. Tonina Di Grigoli trattiene con fatica le lacrime. Abbracciata al marito, Franco Lena, passeggia davanti all’aula 18 del nuovo Palazzo di giustizia di Palermo, in attesa dell’inizio dell’udienza preliminare dell’inchiesta sulla morte di Giuseppe Lena, uno studente modello di 20 anni, originario di Cammarata (Agrigento), iscritto al secondo anno di Medicina, morto il 13 dicembre del 2014 dopo tre giorni di coma, in seguito a una caduta nella palestra di arti marziali in cui si allenava due volte a settimana. Chi era presente alla tragedia parla di “malore” a cui avrebbe fatto seguito la caduta fatale e quindi il coma. Ma l’esame autoptico eseguito dal professor Paolo Procaccianti dice un’altra cosa. Il referto rivela che il povero Giuseppe ha avuto un forte trauma cranico, la cartella clinica parla di “danno ipossico-ischemico emorragico” causato “da un corpo contundente”. Davanti al gup Giangaspare Camerini si sono presentati oggi i tre indagati, accusati di omicidio colposo: Giuseppe Chiarello, palermitano di 40 anni, Roberto Lanza, messinese di 27 anni e Giuseppe Di Paola, palermitano di 59 anni e proprietario della palestra di via Stazzone a Palermo. Tonina tira fuori dalla borsa una fotografia incorniciata di Giuseppe. Un ragazzo sorridente, con la faccia pulita. “Per due anni siamo rimasti in religioso silenzio – spiega la madre all’Adnkronos – Non abbiamo detto mai nulla per rispetto delle indagini. Adesso che le indagini sono concluse e siamo arrivati all’udienza preliminare vogliamo gridare il nostro dolore e, soprattutto, la sete di giustizia per Giuseppe. Gli atti sono ormai pubblici ed è giusto che si sappia che Giuseppe non è morto per un malore o un mal di testa. Noi non abbiamo mai creduto al malore, come si voleva far credere. Sono state dette delle cose dai titolari della palestra a cui non abbiamo mai creduto. Noi chiediamo solo che chi ha delle responsabilità, se ne assuma le conseguenze. Noi crediamo nella magistratura e continueremo su questa scia”. Giuseppe voleva fare il medico. Non voleva seguire le orme della madre avvocato né del padre ingegnere. “Un giorno gli chiesi perché aveva scelto Medicina – dice Franco Lena tra le lacrime – e mi rispose: ‘Papà, perché voglio fare del bene’. Mio figlio era così”. E fu proprio Giuseppe, un giorno, tornando dalla donazione del sangue ad annunciare ai suoi genitori di volere diventare donatore di organi. “Altrimenti che medico sarei?”, disse con un sorriso ai suoi genitori. Non immaginando che un giorno Tonina e Franco si potessero trovare davanti a questa decisione straziante. “Non ci abbiamo pensato su due volte – ricorda il padre – Quando i medici ci dissero che ormai non c’era più nulla da fare, io chiesi di fare presto per la donazione degli organi perché questo avrebbe permesso di salvare alcune persone che in quel momento stavano soffrendo”.

I Lena non vogliono un colpevole o dei colpevoli a tutti i costi, ma chiedono che “venga fatta giustizia”. “E’ anche emerso che la palestra non aveva l’autorizzazione per eseguire quel tipo di arti marziali chiamate Mma che faceva Giuseppe – dice ancora Tonina Di Grigoli – e non sono io a dirlo ma la Procura”. “Fin dal primo momento – dice ancora – ci dicevano che aveva avuto un malore in palestra ma il mio cuore di mamma non ci ha mai creduto. E i medici ci hanno dato ragione, perché l’autopsia parla di un forte trauma cranico”. “L’autopsia – dice ancora – conferma il trauma cranico e parla di ‘corpo contundente alla parte fronto-temporale destra’. L’udienza preliminare, che è durata solo pochi minuti, è stata rinviata al prossimo 20 ottobre.

Nessun commento

LASCIA UN COMMENTO

* Copy This Password *

* Type Or Paste Password Here *