Stato-mafia, Ciancimino: “Papà pronto a usare documenti covo Riina”

Stato-mafia, Ciancimino: “Papà pronto a usare documenti covo Riina”

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L’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, oltre alla mappatura delle celle dei cellulari in via d’Amelio, conservava diversi documenti sui 19 giorni in cui il covo di Toto’ Riina, in via Bernini, non fu ne’ “osservato” ne’ perquisito, subito dopo il suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993. Lo ha sostenuto oggi il figlio dell’ex sindaco, Massimo, deponend nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, nell’ambito del processo della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia. Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, l’ex rampollo ha detto: “Quei documenti sono stati spediti a mio padre nel periodo in cui venne poi a mancare. Li teneva nel letto, erano gli ultimi plichi che stavamo prendendo in esame, siamo tra settembre e ottobre del 2002 (Vito Ciancimino morira’ a Roma l’undici novembre dello stesso anno, ndr). Mio padre – ha proseguito Massimo Ciancimino – diceva ‘con questo mi vendico della trappola’, aveva contezza di essere stato venduto. Nella busta c’era pure un dischetto, c’era un foglio dove descriveva la ricostruzione delle cellule telefoniche fatta nel periodo dell’assenza di perquisizione del covo. Non so chi sia riuscito a ricavare la mappatura dei soggetti che si trovavano in quei 19 giorni. Dopo la morte di mio padre non li presi in esame, e accettai il consiglio del dottor Lapis di disfarmene”. Vito Ciancimino, secondo quanto riferito dal figlio, trovava “strana” una mancata e immediata perquisizione: “Mio padre – ha ricordato – diceva che non c’era stata la giusta osservazione sulla questione, ma lui voleva capire realmente chi avesse avuto accesso a questo covo. Gia’ si meravigliava del fatto che la ricostruzione non fosse stata fatta d’ufficio, se persino lui ne era venuto in possesso”. L’udienza – interrotta diverse volte su richiesta del teste/imputato Massimo Ciancimino – e’ stata rinviata al 10 marzo per la deposizione di altri testi, tra cui il giornalista Francesco La Licata.

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