Blitz “Reset 2”, imprenditore: “10 anni schiavo del pizzo” (video intercettazioni)

Blitz “Reset 2”, imprenditore: “10 anni schiavo del pizzo” (video intercettazioni)

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Gli arrestati dell'operazione Reset 2

Supermercati, negozi di mobili e di abbigliamento, attività all’ingrosso di frutta e di pesce, bar, sale giochi, centri scommesse. Nulla era risparmiato dal rapace sistema economico-mafioso, al punto di spingersi anche a chiedere il ‘pizzo’ a un privato aggiudicatario di un appartamento all’asta giudiziaria. Indagini, denunce e pentiti certificano uno scenario delle estorsioni che – secondo quanto emerso dall’operazione “Reset 2″ dei carabinieri del Comando provinciale di Palermo che hanno dato esecuzione a 22 provvedimenti restrittivi nei confronti di altrettanti capi e gregari del mandamento mafioso di Bagheria – si presentava estremamente variegato, seppure particolarmente attento al redditizio settore dell’edilizia. Tutti sono accusati di associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsione, sequestro di persona, danneggiamento a seguito di incendio. Una cinquantina le estorsioni documentate anche grazie alla dettagliata ricostruzione fornita da 36 imprenditori locali che hanno trovato il coraggio, dopo decenni di silenzio, di ribellarsi al giogo del pizzo. Tra questi rientra la drammatica vicenda di un imprenditore edile che racconta di aver iniziato a mettersi “a posto” già negli anni ’90 e di non essere più riuscito a non pagare, vedendosi addirittura costretto per 10 anni a versare 3 milioni di lire al mese alla famiglia del reggente del mandamento mentre era in carcere, oltre a dover pagare al sodalizio significative percentuali dell’importo degli appalti aggiudicati. Da lì l’inizio di un’odissea che ha ridotto sul lastrico la vittima costringendola a cessare l’attività e a vendere anche la propria abitazione per far fronte alle perduranti richieste estorsive. Le risultanze di indagine hanno trovato riscontro nelle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, uno dei quali sarebbe Sergio Flamia, e nelle preziose attività d’intercettazione. Alcune conversazioni, infatti, dimostrano ancora una volta come la riscossione del “pizzo”, secondo un consolidato protocollo mafioso di mutua assistenza, fosse un imprescindibile strumento per il mantenimento delle famiglie dei carcerati.
C’è stata quella mattinata – si capta in un’intercettazione – che ci siamo visti. Sono rimasti duemila e cinquecento euro, da Ficarazzi e gli ha detto: ‘Zu Gì se li metta nella cassa, glieli facciamo avere alla moglie di Nino che può darsi, i giorni di quelli che sono, deve andare a colloquio… devono viaggiare”. Un sistema da attivare prevalentemente in occasione del Natale e della Pasqua. Così sono state documentate diverse estorsioni protratte nel tempo, “in una sorta di ‘staffetta’ per riscuotere il pizzo: con i nuovi che subentravano a quelli che man mano sono stati arrestati”. Insomma, un clima odioso di minacciose imposizioni che non terminava neppure con il carcere, spiega il procuratore aggiunto di Palermo, Leonardo Agueci. Ma “è necessario rendere noti i risultati di queste indagini quando ci si confronta con la mafia che continua a soggiogare l’economia, il territorio, gli imprenditori. E quando, come in questo caso, quasi quaranta imprenditori decidono di collaborare con lo Stato ammettendo o denunciando l’estorsione”, sottolinea il procuratore della Repubblica, Francesco Lo Voi. “Il momento centrale dell’operazione – ribadiscono i vertici palermitani dell’Arma dei carabinieri – è la scelta di 36 imprenditori che decidono di collaborare per non sottostare più all’imposizione del pizzo”.
“Denunciare si può e si deve perchè conviene, perchè sottrarsi alla morsa della criminalità significa costruire sviluppo per la propria azienda e per la collettività. Tutti noi abbiamo il dovere di denunciare e il diritto di non essere lasciati soli a gestire i problemi che ne derivano. Siamo consapevoli che solamente con la collaborazione di tutti, con un vero e proprio patto, dalla fase repressiva passeremo a quella preventiva. L’associazione serve anche a questo”, dice la presidente di Confcommercio Palermo Patrizia Di Dio. Per Addiopizzo “la straordinaria azione repressiva delle forze dell’ordine e dei magistrati, i diversi collaboratori di giustizia e il percorso di affrancamento dal fenomeno estorsivo di commercianti e imprenditori, sostenuto dalle associazioni antiracket, rilevano come anche su questa area della provincia così difficile ci possano essere le condizioni per sgretolare il muro di omertà e voltare pagina”.
“Si tratta di una indagine prolungata nel tempo ed è la terza operazione condotta in un territorio delicato come quello di Bagheria. Il dato che più deve essere evidenziato è sono state documentate diverse estorsioni protratte nel tempo. Ed una sorta di ‘staffetta’ per riscuotere il pizzo: con i nuovi che subentravano a quelli che man mano sono stati arrestati”. Insomma, un clima odioso di minacciose imposizioni che non terminava neppure con il carcere. E’ quanto affermato dal procuratore aggiunto di Palermo, Leonardo Agueci, nel corso della conferenza stampa sull’operazione “Reset 2″, a cui hanno partecipato, oltre al capo della Procura Francesco Lo Voi, anche il comandante provinciale dei carabinieri, Giuseppe De Riggi e il colonnello Salvatore Altavilla, comandante del reparto Operativo. “Devo anche sottolineare – ha proseguito – che le informazioni raccolte, le dichiarazioni dei collaboratori e quelle degli imprenditori che hanno denunciato le estorsioni combaciano con le risultanze investigative raccolte”.
Sono in tutto ventuno le persone raggiunte da ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’operazione antimafia Reset 2 dei Carabinieri del Comando provinciale di Palermo, che ha inferto un duro colpo al mandamento di Bagheria. Un ventiduesimo indagato viene ricercato. I provvedimenti sono stati spiccati nei confronti di Carmelo Bartolone, 58 anni, di Bagheria, attualmente detenuto; Andrea Fortunato Carbone, 50 anni, di Casteldaccia, attualmente detenuto; Francesco Centineo, 31 anni, di Palermo, attualmente detenuto; Gioacchino Antonino Di Bella, 60 anni, di Bagheria, attualmente detenuto; Giacinto Di Salvo, detto “Gino”, 72 anni, di Bagheria, attualmente detenuto; Luigi Di Salvo, detto “U Sorrentino”, 51 anni, originario di Conversano (Ba) e residente a Santa Flavia; Nicolo’ Eucaliptus, detto “Nicola”, 75 anni, di Bagheria, attualmente detenuto; Pietro Giuseppe Flamia, detto “il Porco”, 57 anni, di Palermo, attualmente detenuto; Vincenzo Gagliano, 51 anni, di Palermo, attualmente detenuto; Silvestro Girgenti, detto “Silvio”, 44 anni, di Bagheria, attualmente detenuto; Umberto Guagliardo, 26 anni, di Palermo, attualmente detenuto; Rosario La Mantia, 51 anni, di Palermo, attualmente detenuto; Salvatore Lauricella, 39 anni, di Palermo, attualmente detenuto; Pietro Liga, 49 anni, di Palermo, attualmente detenuto; Francesco Lombardo, 59 anni, di Altavilla Milicia, attualmente detenuto: Francesco Mineo, 61 anni, di Bagheria e residente a Santa Flavia; Gioacchino Mineo, detto “Gino”, 63 anni, di Bagheria, attualmente detenuto; Onofrio Morreale, 50 anni, di Bagheria, attualmente detenuto; Giuseppe Scaduto, 69 anni, di Bagheria, attualmente detenuto; Giovanni Trapani, 59 anni, di Ficarazzi, attualmente detenuto; e Giacinto Tutino, 60 anni, di Bagheria. Gli indagati devono rispondere tutti, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, sequestro di persona, danneggiamento a seguito di incendio.

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