Contagio da sangue infetto: Corte di Cassazione dà ragione a danneggiato agrigentino

Contagio da sangue infetto: Corte di Cassazione dà ragione a danneggiato agrigentino

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Sangue infetto (archivio)

La Corte di Cassazione ha dato ragione ad un agrigentino contagiato da epatite C che si era visto negare l’indennizzo previsto in favore dei danneggiati da trasfusione di sangue infetto.

  1. P., queste le iniziali dello sfortunato agrigentino, che nel 1963, nel corso di un ricovero presso l’ospedale Policlinico di Torino, a causa di una trasfusione di sangue, rivelatosi infetto, ha contratto il virus dell’epatite C.

Nel 2000 all’età di 40 anni il giovane agrigentino scopriva di essere positivo al virus dell’epatite C e nel 2005 chiedeva al Ministero della Salute l’indennizzo per il danno subito che tuttavia gli veniva negato in quanto la richiesta era stata inoltrata oltre il termine, previsto dalla legge, di tre anni dalla scoperta della positività al virus

Il provvedimento di diniego, con l’assistenza degli avvocati Angelo Farruggia e Annalisa Russello del Foro di Agrigento, veniva impugnato innanzi al Tribunale di Agrigento che, al termine del giudizio, intrapreso nel 2007 e durato tre anni, con sentenza emessa nel 2010 dava ragione al Ministero della Salute, difeso dall’Avvocatura di Stato.

Contro la sentenza veniva proposto appello, ma anche la Corte di Appello di Palermo, con sentenza emessa nell’anno 2012, riteneva che il diritto all’indennizzo per il danno da Epatite C si fosse ormai prescritto, in quanto il danneggiato, ad avviso della Collegio, avrebbe dovuto presentare la richiesta entro i tre ani da quanto aveva scoperto di avere contratto il virus.

Contro la sentenza della Corte di Appello di Palermo, che di fatto l’aveva privato, nonostante la gravità del danno, di ogni risarcimento, lo sfortunato agrigentino ha proposto ricorso per Cassazione con gli avvocati Angelo Farruggia e Annalisa Russello, i quali, nell’impugnare la sentenza hanno sostenuto che in considerazione della natura della patologia e della possibilità che il danno resti latente anche per diversi anni, il termine per avanzare la richiesta di indennizzo, non può iniziare a decorre se prima non via siano manifestazioni cliniche evidenti del danno, tali da indurre il danneggiato ad assumere piena consapevolezza sia del danno che dell’origine causale del contagio.

La Corte Suprema di Cassazione, con sentenza depositata il 24 maggio 2016, dopo quasi dieci anni di battaglia processuale, condividendo le argomentazioni dei legali agrigentini ha annullato la sentenza della Corte di Appello di Palermo, affermando che in materia di contagio da sangue infetto, il termine per la presentazione della relativa richiesta non può farsi decorrere dalla semplice scoperta della positività al virus; quindi, dalla semplice scoperta di essere stato contagiato, ma dal diverso momento in cui il danneggiato, per il manifestarsi della malattia, abbia avuto una concreta consapevolezza del danno.

I legali agrigentini sottolineano l’importanza che la pronuncia espressa dalla Corte Suprema di Cassazione assume nel panorama giurisprudenziale nazionale in materia di danno da sangue infetto, atteso che se fosse stato confermato l’orientamento espresso dalla Corte di Appello di Palermo molti dei danneggiati per trasfusioni di sangue infetto, in Italia se contano circa due milioni, si sarebbero visti negare il diritto all’indennizzo, nonostante l’avvenuto contagio sia addebitabile al Ministero della Salute che, colpevolmente, ha omesso di vigilare, nonostante il dovere istituzionale, sull’attività di raccolta, distribuzione e somministrazione del sangue e degli emoderivati.

 

 

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