Cronaca

Don Pino Puglisi era un uomo perbene. Solo questo

Così ama parlare del sacerdote palermitano, ucciso dalla mafia ventiquattro anni fa, chi lo ha conosciuto bene.
I volontari del centro Padre Nostro.
Ed ancora quella fetta di Brancaccio che ancora ricorda, per come si dovrebbe, il prete minuto, che parlava sottovoce, che aveva un sorriso che “odorava di santità”. Chi lo ha conosciuto è pronto a giurare che don Puglisi era diverso, molto diverso, dalle rappresentazioni che cinema e tv ne hanno dato in questi anni.
Una voce appena accennata, lo sguardo mite, un tono mansueto, l’incedere cauto di chi ha il coraggio di compiere il primo passo, ma rifiuta le passerelle. Era così don Puglisi: una di quelle persone, rarissime, che giureresti non abbiano “il lato oscuro del cuore”.
A Brancaccio ci era nato nel 1937: figlio di una sarta e di un calzolaio. A due passi da casa sua c’era quella del “papa”, Michele Greco, il leader maximum della mafia palermitana. Puglisi e il papa, l’uomo di Dio e l’anticristo. Puglisi entra in seminario a sedici anni, viene ordinato presbitero sette anni dopo, con l’imposizione delle mani del cardinale Ruffini. Intelligenza spiccata, ma senza riflettori puntati. La vita di prelato andava a braccetto con quella di professore di matematica e religione anche nel prestigioso liceo classico Vittorio Emanuele.
Lì era diventato 3P, che stava per Padre Pino Puglisi. E fu in quel momento storico che Puglisi coniò la sua massima più nota: e se ognuno fa qualcosa allora molto si può fare. In mezzo una vita spesa a predicare e mettere in atto il vangelo nel quotidiano: dai banchi facoltosi del Vittorio Emanuele, fino alle faide provinciali di Godrano (dove il prete svolse il ministero per otto anni), per arrivare all’atto conclusivo, quella nomina, nel 1990, a parroco di san Gaetano, nella sua Brancaccio.
Lì c’era il feudo dei fratelli Graviano e 3P iniziò la sua lotta alla mafia.
Omelie pungenti, divieti intransigenti (come quelli imposti alle laute offerte per la festa del patrono, gestita dalle cosche locali), ed ancora l’occhio attento su una sala giochi, che era diventata una centrale di spaccio e di prostituzione minorile. Non poteva durare a lungo l’avanzata di padre Puglisi. E dire che il “pretino” si era tirato dietro la parte buona del quartiere più cattivo della città. Un obiettivo aveva il prete: far arrivare le scuole medie anche a Brancaccio. “Dove c’è istruzione, il male sfiorisce”, diceva il prete.
Aveva intorno un nugolo di ragazzini, tolti, con la dolcezza, dall’abbraccio amaro della malavita. Lo amavano, perché in Puglisi avevano trovato sorrisi, pacche sulla spalla e una dolcezza straniera, in una terra di spari e affari loschi. La favola finisce il quindici settembre del 1993. Alle 22 e 45 si ferma il cuore di Brancaccio. La mafia, con la longa manus di due uomini di sangue, Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza, spara due colpi addosso al lume acceso da don Pino Puglisi. Sceglie di farlo nel giorno del cinquantaseiesimo compleanno del prete. Lo uccidono alle spalle, mentre sta per aprire il portone di casa, in piazzale Anita Garibaldi. Mandanti quei fratelli Graviano, che tanto si erano sentiti disturbati dal pretino con il sorriso buono. Questa la storia di don Puglisi, che voleva cambiare la sua Brancaccio e che nella sua Brancaccio perse la vita, ma ne diventò un simbolo immortale. La chiesa lo ha proclamato beato nel maggio del 2013. Oggi cosa resta?
Se fai due passi a Brancaccio, l’eco di don Puglisi è flebile.
Le generazioni di oggi lo conoscono sulla scia di un riflesso leggero. I tempi delle adunate sono finiti. I funerali, tra ali di folla, sono un ricordo. La chiesa lo ricorda puntuale, con una sequela di manifestazioni che, anno per anno, si assomigliano e comunque gli rendono onore. A Brancaccio non si fanno più fiaccolate in onore di un santo, che se ancora non lo è per la chiesa, di fatto è reputato tale per chi lo ha conosciuto. Brancaccio oggi non è più quella degli anni ’90. Vi hanno costruito un mega area commerciale, con negozi, ristoranti e parchi gioco.
Vi passa anche il tram e proprio in quella strada, totalmente bonificata, pare di essere in viale Trastevere, tanti sono i negozi e il pullulare di gente. Vi sono le scuole, tante e tra le più popolose della città. L’istituto tecnico Volta, giusto per fare un esempio, è uno dei più gettonati tra le domande di supplenza degli aspiranti insegnati. E poi Brancaccio è fumigante di bar, ristoranti e di centrali rinomate dello street food. Non è più quella favelas, che albergava nell’immaginario collettivo solo a pronunciare il nome del quartiere. Merito di don Puglisi? Può darsi. Quegli anni benedetti hanno sicuramente dato una scossa all’omertà, all’accettazione del brutto, del buio degli affari loschi. La mafia però c’è ancora. Eccome. Il mandamento di Brancaccio rimane uno zoccolo duro per l’intera metropoli. L’ultimo blitz, quello del 19 luglio scorso, ha fatto letteralmente tremare tutta Palermo. 34 arresti e una sequela di elicotteri, che sono volati bassi sulla città facendo saltare dal letto tanti ignari residenti.
La cosca, in mano dei Tagliavia, ha visto arrestato il suo boss, Pietro. Non è finita lì. Parola di inquirenti. A Brancaccio la cultura mafiosa è una radice secolare. Lì le estorsioni e lo spaccio esistono da sempre e si ergono su una fortezza di uomini, donne e abitudini. Non che a Brancaccio manchi la parte onesta, tutt’altro. Il quartiere, tra i più popolari e popolosi di Palermo, è pieno di uomini e di donne di buona volontà, gli stessi che ricordano Puglisi ogni giorno, o nel loro quotidiano o nella chiesetta di san Gaetano. Lì, alla fine di ogni messa, si recita la preghiera di 3P.
Vicino alla parrocchia c’è un bar, il titolare, ormai anziano, ha accanto alla cassa la foto del prete: “era una persona meravigliosa. Noi cittadini onesti stavamo dalla sua parte, che era la parte giusta”.
Da quella foto 3P sorride. Non vi è immagine in cui padre Pino non abbia quel sorriso leggero, sincero, che parte dal cuore e che odora di santità.
mi-piace

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