Giudiziaria

Graduatorie falsate in cambio di voti per la figlia: condanna per Armando Savarino

Condannato dalla sezione giurisdizionale della Corte dei conti a risarcire 10mila euro per il danno all’immagine dell’Asp di Agrigento.

Condanna che segue quella in sede penale avvenuta nel 2014 per tentato abuso di ufficio e voto di scambio.

Sembra infinita la lunga storia di una vicenda promossa dalla Procura di Agrigento, allora retta da Ignazio De Francisci e che portò alla sbarra Armando Savarino, all’epoca dei fatti, uomo forte della sanità agrigentina per essere stato per lungo tempo ai vertici dell’Azienda sanitaria di Agrigento. Democristiano di ferro per più lustri, poi transitato nell’Udc sino a diventare anche sindaco di Ravanusa, Armando Savarino incappò nell’inchiesta denominata “Concorsopoli” che travolse proprio la componente politica rappresentata da Savarino con le condanne in primo grado dello stesso Savarino, della figlia, ex onorevole dell’Udc, Giusy Savarino, oggi leader del movimento politico che sostiene la candidatura di Nello Musumeci a presidente della Regione (#diventeràbellissima) nonché inserita nel listino; dell’ex consigliere provinciale e segretario politico di Giusy Savarino, Calogero Gattuso.

In appello la sentenza venne riformata e cancellata la condanna per l’ex deputata Udc.

Adesso interviene  per Armando Savarino la condanna decisa dalla Corte dei conti  per aver procurato danno all’immagine dell’Asl, confermando l’impianto accusatorio della procura retta da Gianluca Albo. La vicenda risale al periodo elettorale del 2001 e 2006: Armando Savarino, secondo la Corte, «aveva operato in violazione dei principi di correttezza ed imparzialità, come emerso dalle risultanze del processo penale, promettendo, ai soggetti che a lui si rivolgevano, la formazione di una graduatoria a loro favore in cambio di voti per l’elezione della figlia».

«La diffusione mediatica della notizia del concorso ospedaliero truccato in cambio di favori elettorali – scrive la presidente del collegio, Luciana Savagnone, nella sentenza pronunciata con il consigliere Giuseppe Colavecchio e con il primo referendario Giuseppe Grasso – ha fatto vacillare la fiducia riposta dai consociati nel corretto e imparziale funzionamento dell’apparato burocratico dell’ente di appartenenza, con implicazioni relative anche all’assetto politico della Regione, attestando una gravissima violazione delle regole poste a tutela di un governo democratico»

Le vicende elettorali delle regionali del 2001 entrarono persino nel contesto giudiziario dell’inchiesta Alta mafia e provocò allora uno scontro furibondo tra Armando Savarino e Vincenzo Lo Giudice con quest’ultimo che non gradì la candidatura della figlia di Savarino posta come rivale politico nello stesso territorio e con lo stesso bacino di voti tanto cari all’ex deputato canicattinese poi travolto dall’inchiesta Alta mafia.

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