Guazzelli, Deaglio, Petralia e il quadro di Francisco Goya: finalmente una storia...

Guazzelli, Deaglio, Petralia e il quadro di Francisco Goya: finalmente una storia bella

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Il quadro di Francisco Goya

Il dipinto attribuito a Francisco Goya
Il dipinto attribuito a Francisco Goya
Il dipinto attribuito a Goya
Il dipinto attribuito a Goya
Il procuratore capo reggente di Ancona Irene Bilotta  e il quadro di Goya
Il procuratore capo reggente di Ancona Irene Bilotta e il quadro di Goya
Il quadro di Francisco Goya
Il quadro di Francisco Goya

Finalmente lo abbiamo trovato. Plurale necessario. Lo cercavamo in due, io ed Enrico Deaglio.

Una vita ad inseguire quel quadro misterioso, invisibile, sequestrato ma mai visto.

Un quadro di Francisco Goya finito nelle mani di un ex modesto calciatore, assassinato a Sciacca il 13 febbraio 1988. Ex calciatore e operatore nel mercato ortofrutticolo della città termale. Che ci azzeccano Goya e uno “scarista” (addetto alla vendita di frutta e verdura in italiano) ci chiedevamo io e Deaglio.

La domanda, in verità, ricorreva prima nella testa dell’allora sostituto procuratore della Repubblica di Sciacca, Bernardo Petralia, oggi apprezzato procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo. Un rompicapo per quegli anni. Difficile trovare collegamenti certi.

Il quadro, un dipinto olio su tela di cm 100X138 raffigurante “Personaggio seduto, di famiglia spagnola decorato con croce cavaliere di Malta e accreditato presso la corte di Spagna”, attribuito a Francisco Goya y Lucientes (1746-1828), pittore e incisore spagnolo,  venne sequestrato e custodito nel caveau della ormai ex Cassa del risparmio di Agrigento, a pochi passi dalla vecchia sede del Tribunale di Agrigento.

Petralia aveva intuito, ma non sufficientemente provato, tutto. Cosa nostra aveva in mano un dipinto di valore inestimabile.

Per Mixer di Giovanni Minoli io e Deaglio stavamo raccontando la mafia che non trovava posto (allora) nelle cronache dei giornali nazionali. Ed anche questa vicenda, allora, non trovò posto nell’apprezzata sezione di Mixer chiamata “Storie di piccola mafia”. Non riuscimmo a trovare nulla oltre di quel poco che sapevamo. Con grande nostro disappunto.  Il procuratore Petralia si spese non poco per venire a capo di questa storia intricata. Anche lui cozzava contro un muro di gomma. Restava il mistero e l’assoluta  difficoltà di mettere insieme un quadro di Francisco Goya con lo “scarista” ed ex modesto calciatore Li Bassi peraltro ucciso tra i banchi del mercato ortofrutticolo della città termale con modalità di mafia.

Un quadro di Goya nelle mani di uno scarista. Incredibile. Tuttavia, quell’omicidio portava ad altri “scaristi” eccellenti: il clan Capizzi di Ribera, i cui membri oggi sono stati tutti condannati per mafia.

Rileggendo oggi tutti i passaggi dell’inchiesta di incredibile c’è ben poco perché anche l’acume di un nostro amico, Giuliano Guazzelli, maresciallo dei carabinieri poi ucciso dalla mafia medaglia d’oro al valor militare (non bisogna dimenticarlo), è tornato utile oggi per arrivare alla storia che tra poco vi raccontiamo e che l’Ansa ieri ha reso pubblica.

Anni difficili quelli antecedenti al 1990. Era stato ucciso in provincia di Agrigento il boss dei boss, Carmelo Colletti ed anche i suoi sodali, tutti, nessuno escluso, avevano fatto la stessa fine.

A Sciacca qualcuno voleva alzare la cresta per approfittare del vuoto di potere e impossessarsi del comando. Pensiamo a Raffaele Scotti, ucciso il 26 febbraio 1987 ed anche a Cesare D’Amico, boss palermitano ucciso il 10 marzo 1986. Ma anche Paolo Buttafuoco, ucciso il 9 gennaio 1986 o Vito Craparo, assassinato il 29 marzo 1985. In questo contesto si muove, quasi vola non percepito da ogni tipo di radar, il quadro del Goya che con Deaglio (lo informo subito visto che vive felice in America)  e Petralia abbiamo inseguito sino allo spasimo.

Oggi arriviamo nuovamente ad Accursio Li Bassi e a Natale Lala, come ci racconta l’Ansa proveniente da Ancona e che ha per artefici i Carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Ancona sotto la guida del comandante Carmelo Grasso, del vice comandante nazionale dei Carabinieri Ntp Luigi Cortellessa e il procuratore capo reggente di Ancona Irene Bilotta i cui cognomi (tranne Cortellessa) sanno molto di beneaugurante Sicilia.

Ecco il testo: “Non avrebbe mai immaginato Giuliano Guazzelli, un maresciallo dei carabinieri ucciso dalla mafia nel 1992 ad Agrigento, dove indagava sulla partecipazione dell’on. Calogero Mannino al matrimonio del figlio del boss Gerlando Caruana, che più di vent’anni dopo la sua meticolosità avrebbe aiutato altri colleghi a mettere le mani su un prezioso dipinto attribuito a Francisco Goya, scovato dai militari del Nucleo Tutela patrimonio culturale (Tpc) di Ancona nel caveau di una banca in Lussemburgo e confiscato.

L’incredibile storia di questo quadro esportato illecitamente all’estero l’hanno raccontata in una conferenza stampa, come fosse un ‘art thriller’, il capitano dei carabinieri del nucleo Tpc di Ancona Carmelo Grasso e il colonnello Luigi Cortellessa, vice comandante. “Un’opera d’arte che viene rubata o esportata diventa come un latitante, e come tutti i latitanti da qualche parte deve stare. L’unica differenza è che gli esseri umani prima o poi muoiono, mentre le opere d’arte sono immortali”, dice Cortellessa. Il dipinto sequestrato, un olio su tela di 100 cm. per 138, raffigurante un nobile della Corte borbonica con la croce dei Cavalieri di Malta al collo, è doppiamente ‘latitante’, perchè fa parte di una serie di 16 ritratti di gentiluomini commissionati dalla famiglia reale, 14 dei quali con ubicazione certa, mentre del quadro recuperato e del 16/o si erano perse le tracce. Per questo, secondo alcuni esperti, potrebbe valere fino a 15 milioni di euro. La storia, e quindi le indagini, comincia quando ai carabinieri si presenta un imprenditore della Vallesina molto noto, 58 anni, amministratore delegato di una società con sede a San Marino. L’uomo vuole verificare attraverso la Banca dati del Nucleo se il quadro è ‘pulito’, che non sia, cioè, rubato. Dice che lo ha ereditato dal padre e che è stato sempre all’estero. Lo scopo del suo accertamento è in realtà quello di vendere il dipinto a una cifra superiore rispetto a quella versata dalla sua società alla proprietaria, un’anziana signora di Ravenna: 1 milione di euro. Un altro maresciallo con il ‘fiuto’ giusto, però, non si accontenta di fare il passacarte e decide di ripercorrere a ritroso la vita della tela. Si scopre così che nel 1998 l’opera era stata sequestrata a Roma a un cardinale, incaricato del restauro e dell’expertise, perchè finita in un’inchiesta della Procura di Sciacca (Agrigento) sull’omicidio di tale Accursio Li Bassi, considerato contiguo a Cosa nostra. Si scopre anche che l’imprenditore marchigiano, nel 1988, con l’intermediazione di alcuni mafiosi dell’Agrigentino con cui era finito in carcere, aveva cercato di vendere l’opera a Natale L’Ala, capo dell’omonima famiglia mafiosa di Campobello di Mazara (Trapani), facente capo alla cosca di Gaetano Badalamenti e ucciso nel 1990. E qui rientra in ballo il maresciallo Guazzelli ucciso quando era alle soglie della pensione: sono suoi gli atti di polizia giudiziaria che attestano questo passaggio, dato che nell’auto di L’Ala era stato trovato del materiale relativo al dipinto. Atti fondamentali non tanto per stabilire legami con le inchieste di mafia, cui il quadro del maestro spagnolo è estraneo, ma per avere la certezza che era stato effettivamente in Italia e che non poteva quindi essere esportato. Il reato è prescritto, fa notare il procuratore di Ancona facente funzioni Irene Bilotta, ma ora l’opera, commenta orgogliosamente Grasso, “è di ciascuno di noi”. Il dipinto è stato affidato alla Sovrintendenza delle Marche. Poi sarà il Mibact a decidere come e dove esporlo.

 

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