Il Veneto tradotto in siciliano sorprende la platea di Monserrato

Il Veneto tradotto in siciliano sorprende la platea di Monserrato

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La compagnia del Trivulu

Altra scena del Trivulu.
Altra scena del Trivulu.
Attori del Trivulu
Attori del Trivulu
Francesco Principato
Francesco Principato

E’ sfuggita alle grinfie dei nuovi segugi comunali, certamente a loro insaputa, e te la ritrovi bella e pimpante sulla scena del Teatro parrocchiale di Monserrato che mette a disposizione  dei “teatranti” ormai da parecchi anni il suo spiazzo antistante la chiesa di san Lorenzo. Ci riferiamo alla messinscena  di “Trivulu di casa” commedia in tre atti di Francesco Principato da lui tratta e tradotta in dialetto siciliano da “Sior Todero Brontolon” di Carlo Goldoni. Sfuggita, dicevamo, perché non la troverete  tra gli eventi e gli eventini distribuiti dalla intelligence comunale e persino noi ne abbiamo conosciuto l’esistenza tramite un sms di Francesco Principato che ci annunciava l’evento di cui oltre ad essere traduttore, ne è anche regista e attore. Francesco Principato, nome conosciuto dagli addetti ai lavori e dal sito “Teatro.org “ dove scrive le sue recensioni, non è  un regista della domenica, né un attore del weekend, né un traduttore del lunedì.

I fidanzati del Trivulu
I fidanzati del Trivulu
Il fidanzato e la futura suocera
Il fidanzato e la futura suocera
Il parroco di Monserrato ringrazia gli attori.
Il parroco di Monserrato ringrazia gli attori.
La compagnia del Trivulu
La compagnia del Trivulu

E’ uno scrittore che parecchi anni fa vinse un premio nazionale di teatro con “Il cratere di Pirandello” rappresentato a Porto Empedocle  con la “benedizione” di Andrea Camilleri e che manda avanti con i ben noti sacrifici suoi e degli attori suoi seguaci, la compagnia “La bottega del sorriso” e che insieme a Peppino Amato è un organizzatore di spettacoli teatrali che al porticciolo di san Leone riescono a radunare qualche migliaio di spettatori. Cifra che il perbenista Teatro Pirandello non riesce ormai a radunare nemmeno in due serate. Un teatro d’estate a cielo aperto quello di Principato? Si, perché non solo il riferimento non vuole essere  riduttivo e rimanda simbolicamente  a quel teatro elisabettiano, regnante Shakespeare, che aveva dietro di se la scena tradizionale della vita umana che il palcoscenico stesso rappresentava e cioè, in alto il firmamento stellato, sullo sfondo del boccascena la tipica struttura fissa a più piani chiamata a indicare i vari aspetti della città umana e la piattaforma degli attori che qui sono circondati dal profilo delle case  in quella  periferia agrigentina che viene lasciata marcire.

Le salsicce rubate al brontolone
Le salsicce rubate al brontolone
Pasquale Infantino
Pasquale Infantino
Trivulu chiama il cameriere
Trivulu chiama il cameriere

Che ti combina  allora Principato con i suoi seguaci attori?

Oltre a torturarsi per la traduzione in dialetto, si mette al lavoro dall’ottobre scorso con gli attori  che sono più appassionati e “immaginari” di lui (immaginario nel settecento significava pazzo) ed ecco pronta per il popolo d’estate, (per le casalinghe più o meno di Voghera ma che non sono mai arrivate a Chiasso e non hanno pellicce da esibire), il “Trivulu di casa”, il vecchio brontolone goldoniano datato 1762 ma con l’attualità sempre in agguato. Un agguato che dura da sempre come accade alle grandi opere che per non andare lontano  risalgono a cent’anni prima con Moliere e i suoi avari e malati immaginari, per finire al 1880  di Nicolò Bacigalupo e i suoi “Maneggi per maritare una figliola”, cavallo di battaglia di Gilberto Govi  che per caso riuscimmo a vedere al teatro Augustus di Genova durante una vacanza nel 1960.

In Sicilia non si è mai rappresentata. Ma qui neanche Goldoni riesce ad essere di casa e all’ultimo  veneto che ha attraversato le nostre contrade, Marco  Marcolin, sono andati  appena 2600 voti.  Insomma l’aria che tira è questa e il dialetto siciliano ti fa pensare subito ai nostri quartieri, al familismo lobbystico, al verghiano “roba mia vientene con me” e molto verghiano risulta persino il nome dato al brontolone: Gesualdo. E sarebbe stato lo stesso se si fosse chiamato Mazzarò.

Aria fortemente siciliana, con attori non professionisti avidi di recitazione e fortemente facilitati dal dialetto e da dialoghi teatrali  che si susseguono agili e di immediata presa, aderenti alla psicologia dei personaggi. E non è una notazione da poco, questa,  visto che oggi le componenti sociali della crisi sono ormai identiche a quelle individuali e far della psicologia equivale ormai a porre un discorso estetico ed insieme un discorso etico-politico. Come non vedere nel trivulu-brontolone  tutti gli avari, i malati immaginari, i procacciatori del familismo amorale, il riciclaggio elettorale dei magnanimi lombi politici, la ripetizione di esami che non finiscono mai per una democrazia ripetutamente immaginaria e faccendiera? Sforzature?

Un momento divertente del Trivulu
Un momento divertente del Trivulu
Una scena del Trivulu
Una scena del Trivulu

Chiedetelo agli attori che li hanno impersonati con grande naturalezza, compiacimento  e consapevolezza. A iniziare dal regista che si è assunto anche  l’onere del “trivulu-brontolone” e poi  di Rosalba Cortelli (la nuora), di Maria Teresa Carbone (la cameriera), di Giuseppina Baglio (la signora Fortuna), di Piero Travali (il figlio Peppino), di Eugenio Sicurella (il cameriere), di Gero Sicurella (il massaro Pasquale), di Leda Cutugno (la nipote Zinella), di Pasquale Infantino (il fidanzato Gerlando), di Giuseppe Galluzzo (lo sposino Alfio). Scene e costumi di Nunziata e Giovanni Santamaria, sarta e costumista Virginia Noverati, assistenza tecnica Carmelo Portera, Angelo e Geri Infantino, Giuseppe Caruana.

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