Trapani

Mafia, il pm Ayala: “Facebook? La sorella di Messina Denaro ha fatto una sciocchezza”

“Diciamoci la verità se è vero che la sorella di Matteo Messina Denaro ha usato Facebook per comunicare con i membri della cosca o magari con il fratello, ha fatto una sciocchezza. Per fortuna, aggiungo”. Giuseppe Ayala pubblico accusatore del primo maxiprocesso contro i capi di Cosa Nostra, ritiene che l’uso della tecnologia o dei social network non si sposi con la natura organizzativa della mafia. “Quando ho letto la notizia sui giornali non mi sono affatto stupito, anche se mi è scappato una sorta di mezzo sorriso pensando all’imprudenza che, se è vero quel che si è letto, la sorella del latitante numero uno di Cosa Nostra ha commesso”. Ayala continua a pensare che il mezzo più sicuro per comunicare all’interno di una cosca sia quello dei famosi pizzini. “Sarà pure l’antitecnologia per eccellenza ma garantisce il massimo della sicurezza possibile, l’unico strumento che possa assicurare al boss la certezza di non essere intercettato”. Nemmeno la possibilità di confondersi nel grande maremagnum dei social network e di internet può essere dunque garanzia di passare inosservati. “Penso proprio di no. Prendiamo il caso più recente, quello che riguarda Provenzano, l’ultimo capo dei capi prima di Messina Denaro. E’ vero che è stato catturato in una vecchio casolare da dove comunicava appunto con i pizzini. Ma non è per questo che è stato catturato: è stato preso perché, con una serie di brillanti operazioni investigative, è stata smantellata tutta una rete di protezioni che circondava il boss. Si badi bene che non è che Provenzano abbia trascorso i suoi quarantanni di latitanza in vecchi casolari della campagna palarmitana. Ci sono le prove che ha vissuto in lussuose ville di Bagheria e che si è spostato in pratica dove voleva, tanto da potersi far operare due volte di prostata in una clinica di Marsiglia”. E’ un fatto, secondo Ayala, che “al di là delle protezioni di cui ha goduto, la sua latitanza è stata possibile anche perché non mai usato telefonini, computer o social network”. Ayala ha anche un’idea ben precisa sulla vicenda che sta contrapponendo l’Fbi e Apple per la decrittazione del melafonino dell’attentatore di San Bernardino. “Massimo rispetto per la privacy, ma come si fa ad invocarla quando si tratta di lotta al terrorismo? Cos’è più importante: l’interesse collettivo o proteggere i segreti di un’azienda privata e, sottolineo, privata?”.

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