Mafia, sentenza Mori: depositate le motivazioni assolute “Inadeguata mancata perquisizione covo Riina”

Mafia, sentenza Mori: depositate le motivazioni assolute “Inadeguata mancata perquisizione covo Riina”

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Sono state depositate questa mattina le motivazioni della sentenza di assoluzione del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, gli alti ufficiali dei carabinieri, accusati di favoreggiamento per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano, a Mezzojuso nell’ottobre del 1995.

Il Presidente della Corte d’appello Salvatore Di Vitale, che oggi ricopre l’incarico di Presidente del Tribunale, ha depositato le motivazioni dell’assoluzione presso la cancelleria della Corte d’appello. La sentenza, lunga 339 pagine, è stata scritta a sei mani dallo stesso Di Vitale, insieme con i giudici a latere, Gabriella Di Marco e Raffaele Malizia.

L’accusa, che era rappresentata dal Procuratore generale Roberto Scarpinato e dal sostituto Luigi Pattinaggio (oggi Procuratore di Agrigento), aveva chiesto una condanna a 4 anni e 6 mesi per il generale Mori e a 3 anni e mezzo per Obinu, dopo la rinuncia a contestare agli imputati l’aggravante mafiosa e quella della ‘trattativa’. Rimaneva invece l’aggravante di avere commesso il reato nella qualità di pubblico ufficiale.

Mori resta ancora imputato nel processo sulla trattativa tra Stato e Mafia che lo vede alla sbarra per minaccia a corpo politico dello Stato.

LE MOTIVAZIONI. “Deve ritenersi confermato che le contestate e pur sussistenti condotte degli imputati non sono idonee a dimostrare, essendo prive di univoco significato probatorio, che i predetti abbiano agito con la coscienza e la volontà di favorire il latitante Bernardo Provenzano ostacolandone la cattura. Con il senso di un osservatore esterno che, a distanza di tempo, si pone in un punto di osservazione svincolato dalla giustificabile concitazione del momento, la scelta di privilegiare altre esigenze investigative rispetto al pericolo che il covo fosse ripulito appare davvero non adeguata. “Le acquisizioni probatorie concernente” l’episodio di Terme Vigliatore “non sono idonee a dimostrare con le necessarie certezze il coinvolgimento in esso di Mori né che quanto accaduto fosse diretto a consentire al capomafia latitante Benedetto Santapaola di sottrarsi alla cattura”.

Lo scrivono i giudici della Corte d’appello di Palermo nelle motivazioni della sentenza di assoluzione emessa lo scorso 19 maggio per il generale Mario Mori e Mauro Obinu accusati di favoreggiamento per la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

Tra gli episodi contestati dall’accusa ai due imputati c’è un episodio avvenuto il 6 aprile del 1993, quando alcuni carabinieri del Ros – tra cui Sergio De Caprio, il capitano Ultimo – inseguirono Fortunato Imbesi, all’epoca ventenne, scambiandolo per il boss latitante Pietro Aglieri. I militari esplosero diversi colpi di pistola e fecero pure irruzione in casa del padre di Fortunato, Mario Salvatore. La sparatoria sarebbe stata finalizzata – secondo la tesi dell’accusa – a mettere in allerta il boss Santapaola, che in quegli stessi luoghi era latitante. Santapaola, come è emerso successivamente, sarebbe rimasto nascosto a Terme Vigliatore fino al 29 aprile 1993, e fu arrestato dallo Sco a Catania una quindicina di giorni dopo. Fortunato Imbesi, durante il processo, aveva ricostruito in aula i momenti convulsi dell’inseguimento: “Erano almeno cinque auto tutte civili e giunsero a gran velocità. Dall’abitacolo – aveva detto – si scorgevano armi da fuoco. E nessuno mostrò mai distintivi o si qualificò. Io pensavo che fossero criminali e scappai, cercando di raggiungere la stazione dei carabinieri. Furono diversi i colpi di arma da fuoco, almeno due o tre raggiunsero la mia auto”.

Adesso le motivazioni dei giudici che spiegano perché non ci sarebbe stata la volontà di aiutare il boss Santapaola.

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