Pd, dal caso Palermo al caso Licata

Gaetano Cellura

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Pd, dal caso Palermo al caso Licata

di Gaetano Cellura
Pubblicato il Apr 1, 2017
Pd, dal caso Palermo al caso Licata

Un partito non può, non dovrebbe mai rinunciare al proprio simbolo.
Dietro il quale c’è l’identità, oserei dire anche la storia, e certamente il lavoro e l’impegno di militanti che ancora credono, se non proprio in una causa comune, almeno in un progetto per il paese e per l’Europa alternativo alle destre e ai populismi.
Andrea Orlando, uno dei tre candidati alla segreteria del Pd, ben ha visto dunque nel “caso Palermo” la cifra di una crisi ormai impossibile da nascondere. Il Pdr, e cioè il partito a maggioranza renziana, sempre più su posizioni di centro e con lo sguardo proteso verso alleanze che si rivelano nella realtà solo dei rassemblement per vincere o per provarci.
Ma non solo questo è il “caso Palermo”.
Dove il sindaco ricandidato Leoluca Orlando ha voluto tra i propri sostenitori, ha imposto direi, dirigenti, esponenti e militanti del Partito democratico ma non il suo simbolo. Un’alleanza più civica che politica i cui estremi si rivelano tuttavia molto lontani. È uno dei casi questo di Palermo riscontrabili in molte altre aree del meridione dove partiti e movimenti hanno acquistato quella forte personalizzazione che li identifica soltanto con i propri leader. Basti pensare a De Magistris, De Luca, Emiliano, lo stesso Crocetta per limitarci all’area della sinistra e del centrosinistra.
Ma un partito che in una città capoluogo rinuncia al proprio protagonismo mostra evidenti segni di debolezza. E Andrea Orlando ha ragione quando parla di un Pd “prostrato”. Purtroppo lo è anche a Licata dove la sua mozione congressuale, limitatamente al circolo, è risultata largamente vittoriosa. Ma rispetto a quanto successo a Palermo, qui non è il PdR (Partito di Renzi) a essersi intruppato in un’alleanza centrista, ma chi gli si oppone e insegue, proprio con la mozione Orlando, un partito più vicino alle idee di uguaglianza e di progresso.
Nel capoluogo l’alleanza è di governo; a Licata invece di opposizione senza sconti al sindaco Cambiano. L’ultimo manifesto, ironicamente intitolato Pupi, pupari e pupazzate, conferma questa linea che ha come unico scopo la mozione di sfiducia al primo cittadino. Linea tutt’altro che conforme a un partito d’ispirazione riformista. Sempre attento cioè alle ragioni della governabilità e mai a quelle dell’opposizione distruttiva; o del nulla cui la mozione di sfiducia al sindaco condannerebbe la città.
Da questo inseguire il nulla e dal suo starsene intruppato nel consiglio comunale in un schieramento formato da eletti in liste civiche di destra nasce a Licata la stessa prostrazione del Pd di cui Andrea Orlando parla riferendosi al caso Palermo. Qui e lì c’è un partito che, da posizioni renziane o antirenziane, al governo come all’opposizione, con il simbolo o senza il simbolo, ha rinunciato al proprio protagonismo e a essere qualcosa di diverso dai partiti e dalle liste con cui si allea.
A Licata il Partito democratico cos’ha di pronto una volta portata a compimento la mozione di sfiducia? Mira forse a un suo governo della città?
Fosse questo il progetto, si potrebbe condividerne l’attuale linea. Ma il guaio è che, dalle ultime elezioni comunali, non sembra essere cambiato molto per il partito di Renzi (o di Orlando, a Licata). Tra due destre si giocava allora la partita e tra due destre si giocherebbe oggi. E mirare a un altro rassemblement elettorale non è certo il massimo cui il Pd locale può aspirare.

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